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il punto sulle energie rinnovabili del Prof. Angelo Todaro

Cop30, il grande assente si chiama Stati Uniti di prof. Angelo Todaro – esperto di energie rinnovabili e politiche energetiche. Mentre il mondo discuteva del futuro del clima a Belém, in Brasile, un posto vuoto pesava più di tutti gli interventi in plenaria: quello degli Stati Uniti. La prima potenza economica, il maggiore responsabile storico delle emissioni climalteranti, ha scelto di non esserci. Non è una svista di agenda: è una dichiarazione politica. A Cop30 si è faticosamente chiuso un accordo “del meno peggio”. Sulla carta i Paesi promettono di triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035 per aiutare i più vulnerabili ad affrontare ondate di calore, inondazioni, siccità. Bene, anzi: era il minimo sindacale. Ma le formule sono volutamente generiche, non c’è alcun obbligo stringente, nessun calendario preciso, nessuna sanzione in caso di inadempienza.
Tutto affidato alla buona volontà degli stessi governi che, finora, hanno mancato sistematicamente i loro impegni. E soprattutto, nel testo approvato la parola “petrolio” non compare mai. Non compare “gas”. Non compare “carbone”. Non compare neppure un impegno chiaro a uscire dai combustibili fossili, nonostante oltre 80 Paesi – Europa inclusa – avessero chiesto esplicitamente una roadmap con scadenze e tappe definite. Il risultato è paradossale: si discute seriamente di come mettere le toppe ai disastri climatici, ma non si ha il coraggio di nominare la causa principale di quei disastri. Si stanziano soldi per le ambulanze ma si lascia la fabbrica di incidenti a pieno regime. Il contesto in cui questo accade la dice lunga. Belém è stata affollata come mai prima da lobbisti dell’oil & gas: più di millecinquecento accreditati, una delegazione più numerosa di quella di quasi tutti gli Stati del mondo. Un record che non ha bisogno di grandi analisi per essere compreso. Mentre nei corridoi scorrevano le giacche dei rappresentanti delle compagnie fossili, nel documento finale spariva ogni riferimento scomodo ai loro prodotti. Coincidenza?
La verità è che la diplomazia climatica è sotto sequestro da anni. Cop30 lo conferma: ogni passo avanti – come i fondi per l’adattamento – viene barattato con l’ennesimo rinvio del confronto vero, quello con l’industria fossile. Si compra tempo. Ma il tempo che si compra per le compagnie lo si ruba alle comunità costiere, ai contadini che perdono i raccolti, agli abitanti delle periferie urbane che respirano aria tossica. In questo scenario già fragile, l’assenza degli Stati Uniti è benzina sul fuoco.
Parliamo del Paese che, da solo, è responsabile di circa un quinto delle emissioni storiche cumulate dal 1850 a oggi. Non un attore qualunque: l’attore senza il quale nessuna strategia globale ha credibilità.
La nuova amministrazione Trump ha riportato Washington fuori dall’Accordo di Parigi, ha smontato gli impegni finanziari presi sul fondo “Loss and Damage” per i danni climatici, ha rimesso in discussione le regole ambientali interne e internazionali. Assentarsi da Cop30 è il tassello logico di questa strategia: se non credi al processo multilaterale, lo boicotti. Se vuoi che la transizione rallenti, ti alzi dal tavolo dove la si sta progettando. Perché? Perché negli Stati Uniti – e non solo lì – la politica energetica è catturata dalla lobby fossile. Negli ultimi cicli elettorali le compagnie petrolifere e del gas hanno riversato centinaia di milioni di dollari in donazioni ai candidati più ostili alla transizione ecologica e in campagne mediatiche contro le politiche climatiche. In cambio hanno ottenuto: aperture a nuove trivellazioni, attacchi agli incentivi per le rinnovabili, promesse di smantellare normative ambientali considerate “un intralcio agli affari”. Che sorpresa: gli stessi interessi che comprano influenza a Washington sono gli stessi che affollano i corridoi delle Cop per annacquarne i risultati. La sedia vuota degli USA a Belém non è un buco casuale nella foto: è il segnaposto della lobby petrolifera, che alla Cop c’era eccome, ma non dalla parte giusta del tavolo.
Chi paga il prezzo di questo cortocircuito?
Lo pagano le isole del Pacifico che chiedono di sopravvivere all’innalzamento del mare. Lo pagano i Paesi africani che non hanno risorse per adattarsi a siccità sempre più devastanti. Lo pagano anche gli stessi cittadini statunitensi che ogni anno affrontano uragani più distruttivi, incendi più violenti, ondate di calore letali, mentre il loro governo federale si tira indietro dal confronto globale.
Cop30, così com’è uscita da Belém, non cambia la traiettoria delle emissioni. Rassicura qualche ministero delle finanze – preoccupato più di non spendere troppo che di salvare il clima – e tranquillizza i consigli di amministrazione delle compagnie fossili: nessuno li ha ancora messi seriamente davanti al fatto che il loro modello di business è incompatibile con un pianeta abitabile.
Di fronte a tutto questo non possiamo limitarci a sospirare sull’“ennesima occasione mancata”.
Serve chiamare le cose con il loro nome:
• quando un governo storicamente responsabile delle emissioni decide di non presentarsi a un vertice cruciale sul clima, sta difendendo gli interessi dei petrolieri, non quelli dei suoi cittadini;
• quando dentro le Cop la presenza dei lobbisti fossili supera quella di interi continenti, siamo in una situazione di conflitto di interessi strutturale, non in un normale esercizio di dialogo con il settore privato;
• quando i testi finali parlano di “triplicare i fondi” senza garanzie né scadenze, ma non hanno il coraggio di scrivere “uscita dai combustibili fossili”, non siamo davanti a realismo politico, ma a codardia politica.
L’Europa, l’America Latina più avanzata, le città, le comunità indigene, la società civile globale devono trarre una lezione chiara: non possiamo aspettare che Washington si svegli o che le compagnie fossili si convertano spontaneamente alla sobrietà climatica.
La transizione energetica va accelerata dal basso: con politiche industriali che puntino sulle rinnovabili e sull’efficienza, con regole che mettano fuori mercato i combustibili fossili, con contenziosi legali che obblighino chi inquina a pagare. E con una pressione diplomatica continua perché le future Cop non siano più fiere campionarie del greenwashing, ma vere conferenze sul phase-out del petrolio, del gas e del carbone.
Finché la comunità internazionale accetterà che la sedia degli Stati Uniti resti vuota e che quella dei petrolieri sia sempre riservata in prima fila, Cop dopo Cop continueremo a parlare di clima in un mondo sempre più caldo.
E ogni decimo di grado in più sarà la misura della distanza tra ciò che la scienza ci chiede di fare e ciò che la politica, prigioniera delle lobby, ha scelto di non fare.
prof. Angelo Todaro
Esperto di energie rinnovabili e politiche energetiche

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