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Montagna Longa. Nel docufilm di Lorenza Indovina “La verità migliore” un percorso intimo in una tragedia collettiva, tra cronaca, storia e mistero

di Ambra Drago
Una tragedia, documenti, amore familiare sono questi i temi della pellicola della regista Lorenza Indovina. Ad accoglierla Gian Mauro Costa giornalista e direttore artistico del cinema Rouge et Noir.
Dopo l‘ anteprima Nazionale alla 20ª Festa del Cinema di Roma 2025, " La verità migliore" è approdata nel capoluogo siciliano. “Cinquantaquattro anni sono passati, ma resta una ferita aperta - racconta Gian Mauro Costa - Lorenza Indovina aveva suo padre Franco su quel volo partito da Roma il 5 maggio 1972 e diretto a Palermo. Questo film è un 'opera di preziosa memoria e anche di cronaca che diventa storia , ma è, soprattutto, come sottolineato nella pellicola, un lutto che riguarda non solo i familiari, ma l'Italia intera”.
"Sono emozionata ad essere qui esordisce la regista e attrice Lorenza Indovina. C'è la mia famiglia naturale e quella che lo é diventata e mi riferisco ai parenti delle altre vittime. Ringrazio la Dugong che ha creduto in questo film e la Rai".
Sul palco sono saliti anche i rappresentanti della casa cinematografica che hanno ringraziato altresì la Regione Siciliana e in particolare l' assessorato regionale al a turismo, sport e spettacolo.Il film si apre con una scritta sospesa sul nero: “Il gioco è questo: cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla”.
La frase è di Ennio Flaiano, preludio di un viaggio tra introspezione e realtà che porta a delineare i contorni un legame familiare ( padre e figlia) senza perdere di vista il fatto che quanto accaduto é stata una tragedia collettiva che ha sconvolto il Paese e che poi per molti anni é scivolata nel dimenticatoio.
Il docufilm, della durata di un'ora e mezza, prende il via dalle immagini del Tg1 dell'epoca: una cronaca che aiuta lo spettatore a entrare nella storia .
"Quando mio padre é morto avevo 6 anni - racconta la regista - e mia mamma mi ha sempre detto che era morto per un incidente. Ebbene per molto tempo quella é stata la mia verità”.
Ma, come racconta nel suo lavoro e in sala, 50 anni dopo, qualcosa cambia. “Una sera mi vengono a trovare in camerino delle persone, parenti delle vittime che mi danno una chiavetta USB e mi chiedono di salire poi con loro sulla Montagna per onorare la memoria di mio padre. Che, mi dicono, come le altre vittime non erano morti per un incidente".
Sullo schermo si alternano documenti e le testimonianze di chi ha perso un familiare. Oggi la loro ricerca della verità e la voglia di non arrendersi dà la linfa vitale al Comitato vittime di Montagna Longa.

Piano storico, emotivo e psicologico si incrociano e accompagnano il docufilm dove Lorenza Indovina non solo ricostruisce un pezzo della sua vita con quel papà di cui non possiede una foto, che l'amava tanto cosí come racconta la sorella, Francesca, ma entra in contatto con i diversi familiari con cui condivide lo stesso identico dolore.

Suscita in sala particolare emozione quando lei sale sul luogo dello schianto, dove una Croce di ferro ricorda il disastro e dove sono trascritti tutti i nomi delle vittime. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Dove però sente la presenza di quel papà , di professione regista, che aveva lavorato con Antonioni e Rosi, che era stato al centro del gossip nei giornali dell'epoca per la storia d'amore con la "principessa triste", Soraya.
Nel richiamare il lavoro del padre la regista inserisce un richiamo del film " In Tre nel mille", ultima opera di Franco Indovina, in cui alcune immagini di morte e di corpi abbandonati , sembrano anticipare il destino del regista siciliano.

Una ricostruzione storica fatta di ricerche, ma anche di dialoghi intensi ed emozionanti come quello tra Lorenza e lo zio Vittorio Indovina. Da un lato i sentimenti, lo sforzo di conservare e ricercare un ricordo con questo papà, dall'altro la voglia di capire cosa é successo quella notte.


Per i familiari, presenti nel film con i loro volti e il racconto semplice di chi ha perso qualcuno di importante serpeggia una certezza, quella messa nero su bianco dal perito Rosario Ardito Marretto presente nel docufilm.

Il docente di Aerodinamica e dinamica dei fluidi dell’Università di Palermo che nel 2017 dimostrò con elementi scientifici, come racconta nel film, ovvero disegnando al PC l'aeromobile con il carico di passeggeri ha sempre sostenuto la tesi che l’aereo era caduto per una bomba.

La sua conclusione: «A bordo del velivolo durante il volo AZ 112 si è attuata una detonazione, esplodente prima e deflagrante dopo, che ha causato un’avaria irreversibile all’impiantistica di governo del velivolo causandone il collasso operativo e il conseguente disastro».

Tante ipotesi, di fronte a una cronaca e un quadro storico- politico abilmente tracciato ancora una volta dal giornalista Enrico Bellavia (vice direttore dell' Espresso) che compare nella pellicola e dal collega dell' Ansa Francesco Terracina, anche lui presente e autore del libro "L’ultimo volo per Punta Raisi” edito da Stampa Alternativa.

Significativa la scelta finale della protagonista di salire su Montagna Longa e piantarvi una tenda, come se il luogo della tragedia fosse uno speciale punto di osservazione geografico, storico e anche emotivo.

Un lungo applauso nelle due sale ha idealmente abbracciato non solo Lorenza Indovina ma tutti gli altri familiari. Per dovere di cronaca bisogna ricordare come il processo penale per il disastro aereo di Montagna Longa si é concluso con la pronuncia della Cassazione nel 1984 che ha affermato che si è trattato di un "errore umano". L' associazione che racchiude i familiari delle 115 vittime ha presentato cinque esposti in diverse Procure ma sono stati rigettati.



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