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Caso Shalabayeva. Il timore dei Funzionari di Polizia sulla "serenità operativa di chi deve esercitare funzioni nell'interesse della collettività". La lettera ai Ministri e al Capo della Polizia

di Ambra Drago
Pubblichiamo la lettera che il segretario dell'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia. Enzo Letizia, ha inviato ai ministri Piantedosi e Nordio, rispettivamente dell'Interno e della Giustizia e al capo della polizia Pisani. La scelta di scrivere queste righe nasce dal timore di una "paralisi decisionale" di chi veste una divisa dopo la condanna nel processo d'appello bis del prefetto Renato Cortese, attualmente Direttore Centrale delle Specialità della Polizia di stato, già questore di Palermo. Cortese, da Capo della Catturandi della Squadra Mobile del capoluogo siciliano, è stato autore di arresti eccellenti quali i fratelli Giovanni e Enzo Brusca ( di cui tra pochi giorni ricorre il trentesimo anniversario della loro cattura) e di Bernardo Provenzano per citarne solo alcuni.
Renato Cortese da ben 13 anni si trova all'interno del sistema giudiziario per il "caso Shalabayeva", la moglie del controverso dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa nel 2013 insieme alla figlia Alua, di 6 anni.
Oltre ad esprimere da sempre vicinanza umana e professionale ai colleghi coinvolti nella vicenda (insieme a Cortese, Maurizio Improta, Luca Armeni, Francesco Stampacchia e Vincenzo Tramma) l'Associazione Nazionale Funzionari evidenzia come possa essere messa a repentaglio "la tenuta del sistema sicurezza e la serenità operativa di chi è chiamato quotidianamente ad esercitare funzioni di polizia giudiziaria nell’interesse della collettività".
La lettera non entra nei percorsi della giustizia e non ipotizza impunità, ma chiede regole chiare, tempi ragionevoli e tutela del legittimo affidamento di chi opera per lo Stato osservando le procedure.
In chiusura della lettera una frase racchiude una richiesta di responsabilità politica e un’analisi obiettiva di tutta la vicenda Shalabayeva che rischia di mettere in discussione la professionalità e l'autorevolezza dello Stato e dei suoi servitori.
Signori Ministri,
la vicenda giudiziaria relativa al caso Shalabayeva, giunta dopo tredici anni a un ulteriore approdo processuale fondato su una lettura radicalmente diversa di fatti già scrutinati in
precedenza, impone una riflessione che non può essere confinata al solo ambito giudiziario, poiché investe direttamente il funzionamento dello Stato, la tenuta del
sistema sicurezza e la serenità operativa di chi è chiamato quotidianamente ad esercitare funzioni di polizia giudiziaria nell’interesse della collettività.

L’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia esprime vicinanza umana e professionale ai colleghi coinvolti, ma il punto centrale non è il destino individuale dei
singoli funzionari.

Il vero tema è un altro, ben più profondo e istituzionalmente rilevante. Occorre interrogarsi su quale messaggio arrivi oggi a migliaia di operatori di polizia giudiziaria chiamati, spesso in contesti di estrema complessità, urgenza e pressione
operativa, ad assumere decisioni immediate sulla base di atti ufficiali, procedure codificate, interlocuzioni formali con l’autorità giudiziaria e strumenti di cooperazione internazionale.

Se un operatore dello Stato che agisce facendo affidamento su strumenti ufficiali, all’interno di procedure formalmente legittime e sottoposte al vaglio delle competenti
autorità, può vedersi opporre, a distanza di oltre un decennio, una lettura radicalmente diversa delle medesime condotte, il rischio che si determina è devastante: la paralisi decisionale.

Si introduce un principio pericolosissimo: non basta più agire secondo legge, non basta più attenersi a procedure ufficiali, non basta più interfacciarsi con le autorità
competenti; si pretende, retrospettivamente, che l’operatore intuisca scenari geopolitici, dubiti di canali istituzionali formalmente validi, anticipi interpretazioni successive e si
assuma responsabilità che eccedono il perimetro delle sue attribuzioni.
Uno Stato democratico non può chiedere questo ai propri funzionari. Non si tratta di invocare zone franche o immunità. Si tratta di impedire che l’azione di polizia giudiziaria venga progressivamente soffocata dalla paura di interpretazioni
retrospettive mutevoli e imprevedibili.

Il rischio concreto è la diffusione di una cultura amministrativa e operativa difensiva, nella quale il timore personale prevale sull’efficacia dell’azione pubblica. Ed è un rischio che il Paese non può permettersi. Per questa ragione riteniamo che questa
vicenda debba essere affrontata anche sul piano politico e normativo.
Occorre aprire una riflessione seria sul perimetro del legittimo affidamento dell’operatore pubblico che agisce sulla base di atti ufficiali e nell’esercizio delle proprie
funzioni, segnando con chiarezza i confini della responsabilità penale nei casi in cui le condotte si sviluppino nell’ambito di procedure formalmente previste e sottoposte al
controllo delle autorità competenti.
Allo stesso modo, non può essere ignorato il tema della durata dei procedimenti che coinvolgono servitori dello Stato per fatti connessi all’esercizio delle loro funzioni, con effetti devastanti sul piano umano, professionale e istituzionale.

Tredici anni rappresentano un tempo incompatibile con qualunque ragionevole esigenza di certezza.
Quando un procedimento dura una parte significativa della vita professionale di un funzionario dello Stato, il processo stesso diventa una sanzione.
Per queste ragioni chiediamo al Governo di valutare ogni utile iniziativa politica e normativa finalizzata a:
• rafforzare la tutela del legittimo affidamento dell’operatore di polizia che agisce sulla base di atti e procedure ufficiali;

• garantire tempi ragionevoli nei procedimenti riguardanti appartenenti alle forze di polizia per fatti connessi al servizio;

• assicurare un rapporto equilibrato tra responsabilità individuale e sostenibilità dell’azione operativa.

Chi serve lo Stato non chiede privilegi. Chiede certezza. Chiede regole chiare. Chiede che il coraggio decisionale richiesto ogni giorno non si trasformi, anni dopo, in
una solitudine istituzionale.

Su questo terreno riteniamo non più rinviabile una chiara assunzione di responsabilità politica.


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