"Di fronte a tutto questo, pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto - e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello - che la vera sfida è sociale e culturale. Tutto questo accade - ha detto l'arcivescovo - perché il lavoro manca drammaticamente.
Perché i licenziamenti (pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell'iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego) vanno avanti a una velocità e con una determinazione disumana; perché la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perché i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell'alcol, nella droga, in ciò che li distrugge".
E le principali responsabilità, secondo monsignor Lorefice, "ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti, quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose. Queste responsabilità ricadono su un'economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull'indifferenza". E "ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la buona notizia del Vangelo, sull'esempio dei nostri santi: da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga".
"Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l'abbiamo addirittura tradita! E ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi! Domani sarà troppo tardi!".

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