"Rapporto fra legalità, operatività e certezza del diritto". La ANFP solidale con i colleghi del caso Shalabayeva invia una lettera a due Ministri e al Capo della Polizia

Il Segretario Nazionale della Associazione Nazionale Funzionari della Polizia di Stato, Enzo Letizia, ha indirizzato una lettera al Ministro dell'Interno, Prefetto Matteo Piantedosi, al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio e e al Capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani per richiamare l'attenzione sulla vicenda dei cinque funzionari condannati il 20 novembre scorso, nel giudizio di appello bis per il "caso Shalabayeva".
La donna, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, è era stata espulsa nel 2013 insieme alla figlia Alua di 6 anni. L'Anfp sottolinea le inevitabili ripercussioni, dal punto di vista personale e professionale, per i funzionari coinvolti e tra questi anche il già Questore di Palermo Renato Cortese, l'uomo che con la sua squadra, alla guida della Catturandi pose fine alla latitanza, dopo 43 anni, di Bernardo Provenzano.
Nella lettera si evidenzia come trattandosi di funzionari di alta professionalità le lungaggini dei procedimenti che li hanno visti protagonisti possano avere un riflesso sull'intera comunità dei Funzionari della Amministrazione. Chiamati, in primo luogo, ad agire e adempiere a un ordine e a un dovere in conformità alle leggi dello Stato e alla Costituzione sulla quale ogni poliziotto ha prestato un giuramento.
Tra gli interrogativi significativi infatti si legge.
"Cosa deve fare un Funzionario, se l'omissione è reato e l'azione diligente può diventarlo, con il senno di poi?". Il Segretario Nazionale richiama quindi alla necessità di porre in essere riflessioni "più ampie sul rapporto tra legalità, operatività e certezza del diritto".
Riceviamo e pubblichiamo la lettera.

Al Ministro dell’Interno
Prefetto Matteo Piantedosi

Al Ministro della Giustizia
On. Carlo Nordio

e, p.c.
Al Capo della Polizia
Direttore Generale della Pubblica Sicurezza
Prefetto Vittorio Pisani

L’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia desidera manifestare profonda vicinanza umana e sostegno istituzionale ai cinque funzionari recentemente condannati
nel giudizio di appello-bis davanti alla Corte d’Appello di Firenze per il caso Shalabayeva.
Una vicenda che, dopo dodici anni, continua a produrre effetti dolorosi sul piano personale e professionale, chiamando in causa riflessioni più ampie sul rapporto tra legalità, operatività e certezza del diritto.
La vicenda trae origine dai fatti del 2013, quando operatori della Polizia di Stato furono impegnati nella ricerca del marito di Alma Shalabayeva, soggetto ricercato a livello internazionale e segnalato in più Paesi all’Interpol. La donna - entrata irregolarmente nel territorio nazionale e trovata in possesso di documenti considerati
all’epoca non validi - fu accompagnata all’Ufficio Immigrazione per le procedure previste dalla normativa vigente.
Quell’intervento avvenne nel quadro di un obbligo giuridico: verificare la presenza di un latitante internazionale e, una volta constatata l’irregolarità documentale, applicare le norme in materia di immigrazione. Non farlo avrebbe integrato omissione di atti d’ufficio.Questo è un punto che non può essere rimosso nel dibattito pubblico.
Nel 2022, la Corte d’Appello di Perugia aveva assolto integralmente i cinque colleghi con una sentenza ampia e circostanziata, oltre 400 pagine, nelle quali si escludevano complotti, forzature o condotte arbitrarie, confermando che le procedure furono applicate nel rispetto delle norme. Una decisione chiara, logica, fondata su un approfondito esame dei fatti. Successivamente, nel nuovo giudizio a Firenze, la stessa Pubblica Accusa ha chiesto l’assoluzione, ritenendo insussistenti i presupposti penali e confermando che l’operato rientrava nel quadro normativo e informativo del tempo.
Ciononostante, la Corte ha ribaltato nuovamente il quadro, arrivando a una condanna per sequestro di persona.
Una progressione processuale così oscillante - condanna, assoluzione, annullamento, nuova condanna - genera inevitabilmente incertezza sistemica. È difficile comprendere come condotte ritenute legittime in un giudizio possano essere, anni dopo, qualificate come illecite, e per di più in contrasto con le stesse requisitorie del Pubblico Ministero.
Questo esito mette in luce un nodo centrale: se l’interpretazione della legge oscilla al punto da produrre sentenze opposte, come può un dirigente di Polizia agire con serenità davanti a scelte che richiedono prontezza, responsabilità e rischio personale?
Il principio di legalità vive anche di prevedibilità. Quando questa viene meno, si incrina la capacità operativa dello Stato.
Il riflesso operativo: quando il dovere diventa rischio
Chi opera nella sicurezza pubblica decide in tempo reale, spesso in condizioni complesse, basandosi su norme, prassi e informazioni disponibili. La prospettiva che tali
decisioni — doverose, documentate, amministrativamente tracciate — possano essere reinterpretate dodici anni dopo come reati, genera smarrimento e mina la fiducia necessaria per assumere responsabilità ogni giorno.
L’estremizzazione interpretativa del diritto rischia di trasformare in colpe ciò che è compito.
Un paradosso che si condensa in una domanda drammatica per ogni servitore delloStato: cosa deve fare un Funzionario, se l’omissione è reato e l’azione diligente può diventarlo con il senno di poi?
Tra i funzionari coinvolti figura Renato Cortese, l’uomo che ha guidato l’operazione che portò alla cattura di Bernardo Provenzano, che per decenni ha combattuto mafia, ’ndrangheta e corruzione avendo come unica bussola la Costituzione, la legge, lo Stato.
Un investigatore di razza, un dirigente esemplare, un servitore delle istituzioni stimato per rettitudine, equilibrio e rigore morale.
Vederlo oggi attraversare una vicenda che stride con l’intero suo percorso professionale genera non solo dolore personale, ma preoccupazione istituzionale.
Un messaggio che non deve diventare un precedente culturale.
Mettere in discussione l’operato di chi ha agito attenendosi a norme, procedure e doveri rischia di indebolire il rapporto di fiducia tra Istituzioni e servitori dello Stato.
La sicurezza si regge sulla fiducia, non sulla paura di decidere.
Se lo Stato chiede coraggio, deve garantire tutela. Se chiede responsabilità, deve garantire certezza.
Se chiede sacrificio, non può lasciare soli i propri funzionari.
L’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia, nel confermare pieno sostegno ai colleghi, ritiene indispensabile che vicende di tale portata trovino una definizione chiara, coerente e rispettosa dei principi del diritto, affinché gli operatori possano continuare a servire il Paese con serenità, fermezza e spirito di servizio, senza temere processi infiniti che logorano vite, reputazioni e carriere.
Con la fiducia che la Magistratura possa ristabilire equilibrio e proporzionalità, rinnoviamo la vicinanza ai colleghi coinvolti e riaffermiamo il nostro impegno nellasalvaguardia della dignità professionale dei dirigenti della Polizia di Stato, convinti che le
istituzioni democratiche si rafforzano quando riconoscono e proteggono chi opera con lealtà, correttezza e dedizione assoluta alla Repubblica.
Roma, 13 gennaio 2026

                                                                                                                                                                   Enzo Maria Letizia
                                                                                                                   

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