ASÌ ES. Corpi nel tempo e nello spazio Testo critico di Giuseppe Mendolia Calella - Nel lavoro di Rita Giliberto il corpo non è mai semplicemente rappresentato: è attraversato.

Le garze sospese, cucite, scritte e stratificate costruiscono un paesaggio che non dà tregua alla memoria, dove il gesto del ricucire porta con sé una carica insieme intima e politica. C'è in questa operazione qualcosa che richiama la radicalità silenziosa di Paula Rego, non come modello da seguire o influenza dichiarata, ma come risonanza sotterranea, affinità di sguardo che si riconosce senza bisogno di essere nominata. In entrambe, il corpo femminile diventa il luogo privilegiato in cui si negoziano potere, dolore e sopravvivenza; in entrambe, il dolore fisico ed emotivo si trasforma in dignità senza cedere all'allegoria facile, senza ammorbidire i bordi di ciò che è scomodo guardare.Il titolo porta con sé una storia precisa, e vale la pena raccontarla.
Asì es, “così è” è una frase cucita su uno dei teli esposti, scelta perché appartiene davvero a qualcuno: è la lingua di una delle figure ritratte, argentina, e quelle due parole ne trattengono il modo di stare al mondo, la semplicità diretta di chi non si nasconde e non si giustifica. Giliberto le ha incontrate e non le ha più lasciate andare: un colpo di fulmine linguistico che è diventato dichiarazione d'intenti per l'intera mostra. La scelta dello spagnolo non è ornamento esotico né effetto di straniamento, ma gesto di fedeltà alla persona, alla relazione, al patto di complicità che è il fondamento etico e poetico di tutta la ricerca.
Perché Giliberto non dipinge sé stessa. Non ci sono autoritratti nel suo lavoro. Dipinge corpi altrui, quasi esclusivamente femminili, e attraverso di loro si racconta per ciò che è: risultato, somma, sovrapposizione di esperienze, stratificazioni di vita che non si lasciano separare in un prima e un dopo. Il tempo, nella sua pittura, non è lineare: si deposita per strati, si mescola senza gerarchia, restituisce al presente la densità del vissuto senza la malinconia della perdita. Non c'è nostalgia in questo movimento, ma qualcosa di più esigente: la volontà di tenere insieme tutto, senza rimuovere nulla.
Le fotografie ritrovate, i ricordi, i frammenti biografici vengono rielaborati in un linguaggio che combina pittura, collage, cuciture e installazione tessile. Giliberto lavora con sottili strati di colore in cerca di profondità ottica ed evanescenza, usando garze di cotone, organze e carte artigianali che permettono trasparenze e tridimensionalità appena suggerite. Il supporto non è fissato su un telaio: respira, si muove, sfuma il confine tra l'opera e lo spazio che la ospita.
Nelle tre sale dei Bassi di Palazzo Nicolaci, grandi tele sospese costruiscono un ambiente attraversabile in cui il visibile e il nascosto convivono senza risolversi, in cui entrare significa già iniziare a leggere. Il gesto del cucire, del legare, del ricomporre, profondamente radicato nella tradizione femminile e nella storia personale dell'artista, assume qui una forza simbolica e al tempo stesso politica: è metafora di cura e resistenza, di ricostruzione identitaria, ma anche indagine critica e talvolta ironica sulle dinamiche del patriarcato, sui ruoli storicamente attribuiti alle donne, sulle contraddizioni dei legami familiari come luoghi di protezione e, talvolta, di fragilità e tradimento.
Non c'è estetica del bello nel senso convenzionale del termine. C'è qualcosa di più difficile e necessaria: la ricerca della bellezza nelle linee sgrammaticate, nella luce incerta, nel pensiero che si rivela senza pudore. Sofferenza, gioia, liberazione, conquista coesistono sulla superficie come strati di una vita che non vuole semplificarsi. In Asì es. Corpi nel tempo e nello spazio, fotografie, collage e pittura convergono verso la stessa ossessione: un tempo che non scorre ma si deposita, un corpo che non invecchia ma accumula. Archivio e territorio al tempo stesso, presenza e traccia.
Il visitatore è invitato a stare in questo spazio sospeso, a muoversi tra le trasparenze, a lasciarsi attraversare da ciò che non si risolve. Perché la fragilità, qui, non è debolezza da superare, è la condizione stessa da cui si guarda, e dove proprio nell'incompiuto si apre qualcosa che somiglia alla libertà. Asì es. Così è.

Nessun commento:

Posta un commento