Giustizia penale, successo del convegno della Lumsa di Palermo. I magistrati Balsamo e Sava: "Accertamento della verità solo nelle aule giudiziarie. La comunicazione istituzionale non esclude il diritto di cronaca. Occorre un salto etico collettivo".

di Ambra Drago
Un momento di confronto e di formazione offerto dal convegno: "Giustizia penale tra processo mediatico, mito dell'efficienza e logiche securitarie" agli allievi della Lumsa, in particolare del Dipartimento di Giurisprudenza, di Economia e di Comunicazione della sede di via Filippo Parlatore a Palermo. Dopo un saluto iniziale del prof. Sergio Partenostro, Vicedirettore del Dipartimento GEC della Lumsa, è stata la volta dell' avvocato Dario Greco, Presidente dell' Ordine degli Avvocati di Palermo:"Sono felice di essere qui. Io da avvocato civilista, dando un'occhiata dall' esterno posso sicuramente portare il mio contributo.Devo dire che forse la giustizia civile è stata in grado dal 2013 in poi, grazie al processo telematico di andare oltre il processo penale che rimane ancora impantanato sotto alcuni aspetti. Il mito dell'efficienza, altro argomento di questo incontro, si contrappone al processo di logiche securitarie. A ogni notizia di cronaca. lo devo dire, il nostro legislatore introduce nuove figure di reato appesantendo la macchina processuale. Vanno per carità esaminati gli eventi ma non introdotte tante fattispecie. Sotto il profilo mediatico faccio invece un mea culpa. Molto spesso troppi colleghi avvocati stanno in TV. Per me dire processo mediatico è una contraddizione. L' accertamento della verità non si può spostare dentro gli studi processuali. Mi sono trovato ad intervenire come Presidente dell'Ordine anche qui a Palermo dopo alcuni avvenimenti di cronaca".
Un primo momento di riflessione ai presenti è stato offerto da Antonio Balsamo, Presidente della Corte d' Appello di Palermo. Noi di Siciliaunonews lo abbiamo intervistato chiedendo un suo parere su come sia possibile coinciliare l'esigenza del diritto di cronaca come evitare che il processo sia una mera spettacolarizzazione.
 "Il limite che non dev'essere mai varcato è dato dai principi costituzionali ha sottolineato il Presidente della Corte d'appello. E sono quindi la presunzione di innocenza e il rispetto per la persona umana nonchè l'attenzione per i diritti sia degli autori dei reati ma anche delle vittime.Credo che la giustizia possa svolgere una diffusione di principi di civiltà. In questo senso il lavoro che viene programmato attraverso le linee guida della comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari adottate dal Csm può essere fruttuoso. Si tratta da un lato bisogna fare comprendere la complessità del giudizio senza convinzioni precostituite dall'altra parte si tratta anche di diffondere quelle notizie che rigurdano principi importanti che vengono complessivamente affermati dalla giurisprudenza. per intenderci quellle conquiste sul piano dei diritti che dalle decisione giudiziarie vengono realizzate possono trovare spazio nella comunicazione istituzionale e anche per gli uffici giudicanti.Tutto ciò non esclude il diritto di cronaca.Quello che è importante è che nel momento in cui è l'autorità giudiziaria a dare certe informazioni lo faccia con rispetto assoluto dei principi costituzionali. Questo può essere un modo per avvicinarsi al processo penale che ha una valenza educativa nei confronti dell'intera collettività. Un'autentica civiltà fondata sul rispetto di ogni persona".

Uno spunto di riflessione interessante quello portato anche da Lia Sava, Procuratore Generale di Palermo:" I processi molto spesso si trasferiscono fuori le aule giudiziarie e questo è un problema molto serio soprattutto per il cittadino che si trova investito da sollecitazioni massmediatiche che molto spesso non rispondono alla realtà poi del processo . Quindi una comunicazione che invece di rispettare il sacro diritto dell'informazione ne cre una non rispondente al vero. Un "like" sui social, un commento messo anche su una ipotesi diventa certezza e questo non va bene. Si danneggia quello che è il diritto a una corretta e sana reputazione del cittadino coinvolto nel processo e questa è la linea della nuova circolare del Csm dell'11 giugno. Noi, come magistrati rispettiamo le regole ma quelle che mi preoccpano le notizie di "cotrabbando" o anche quei commenti ui social che vengono percepiti come realtà e sui quali non abbiamo potere di controllo. I magistrati e le Forze dell'ordine devono rispettare alla lettere le direttive europee e le circolari del Csm salvagardando la reputazione delle persone coinvolt ma di contro chi fa informazione deve continuare la verifica delle fonti. altrimenti significa che noi rispettiamo le regole, come è doveroso che sia, ma è necessario che ci sia un salto etico di tutti quanti. Soltando compiendo questo si potrà distinguere la notizia vera dalla diffamazione o addirittura dalla calunnia. Ebbene che ognuno facciano la loro parte. I magistrati si stanno attrezzando con linee guida per dare piena attuazione alla salvaguardia di quelli che sono i nuovi principi sul diritto e dovere di salvaguardia della reputazione. Se un magistrato autorizza un comunicato, se poi quella persona attinta da quel comunicato, indicata come presunto colpevole e poi verrà assolto c'è l'obbligo per noi della rettifica. sono sicura che i miei colleghi seguirano la circolare del Csm in modo scrupoloso".

Sono seguiti ulteriori interventi e tra questi quello di Nicola Triggiani, Ordinario di Diritto Processuale Penale, Università degli Studi di Bari Aldo Moro:"Sussiste un fenomeno da tempo costituito dal processo celebrato sui mezzi di informazione e sempre più lontano da quello giurisdizionale. Da molti è stato ricordato il caso Tortora ma in realtà il punto di origine del processo mediatico lo possiamo fare risalire al "delitto di Cogne" avvenuto il 30 gennaio 2002. Per la prima volta le indagini preliminari vennero seguite in diretta dai mezzi di comunicazione di massa e vi è stato un numero incalcolabile di trasmissioni e di articoli. Il processo giurisdizionale e quello mediatico sono accomunati nel ricostruire una possibile verità storicama in realtà sono diversissimi tra loro. Il processo giurisdizionale finisce con un giudicato e si svolge in un luogo preciso al contrario il processo mediatico è utopico e acronico e non ha un ordine di svolgimento prestabilito. Il processo giurisdizionale seleziona le prove ed è bastato sul contraddittorio della formazione delle prove invece nel processo mediatico, al contrario, ogni mezzo di prova può essere usato per maturare un convincimento. La logica del processo penale si fonda sulla logica del principio di non colpevolezza. L'indagato è un colpevole in attesa di giudizio. Invece il processo mediatico si svolge in televisione dove ci sono sedicenti esperti che nell' ambito di una discussione superficiale pronunciano vere e proprie sentenze di condanne su persone alle volte appena iscritte nel registro degli indagati.Queste sentenze pronunciate in nome del popolo televisive sono fondate su congetture e creano inevitabilmente una confusione tra diritto, morale e senso comune. Per non parlare dei social che fingono da cassa mediatica dei già processi televisivi .Per non parlare della sceneggiatura da aprte di attori di atti del procedimento ntrasmessi in trasmissioni. Tra gli effetti vi è sicuramente la formazione di materiale probatorio extragiudizionale che può influenzare il processo. Ritengo che la sentenza Pifferi è importante per un aspetto. Le vengono applicate le attenuanti generiche considerato la gogna mediatica che ha subito. La Procura ha fatto appello e vedremo che ne esce. Credo che sia necessaria una rivoluzione culturale che riguardi tutti e non può che partire dal basso e che noi giuristi possiamo stimolare il dibattito. Credo sia necessaria una collettiva presa di coscienza che tutti possono cadere nella gogna mediatica. Un gesto di responsabilità potrebbe essere quello di cambiare canale e potrebbe essere importante affinché il processo penale torni nel suo alveo naturale ovvero nell' aula giudiziaria. E quindi una giustizia amministrata in nome del popolo e non secondo il popolo".
Poi è stata la volta di Fabrizio Siracusano, Ordinario di Diritto Processuale Penale , Università degli Studi di Catania:" Ciascuno degli elementi indicati nel titolo si alimentano tra loro. Dobbiamo chiederci dal modello ideale raffigurato nel 1874 dal professore Carrara all'impostazione del 1930 adesso dove siamo . Lo diceva Giuseppe De Luca nel 1991 il codice di procedura penale risponde a delle scelte razionali e a ciò che la collettività invoca. Ci siamo abituati alla normalizzazione delle emergenze. Il legislatore traduce in legge ciò che avverte dall'opinione pubblica e lo fa subito anche con decreti. Leggendo il rapporto Eurispes nel 2022, il settanta per cento degli italiani non si fida della giustizia. Nel 2026 sempre l'Eurispes ha approfondito questo tema. Il dato più inquietante è che a fronte della sfiducia nella giustizia e della magistratura c'è invece un innalzamento della fiducia nelle forze di polizia. Grande fiducia nei confronti nell'intelligence. Quindi possiamo dire che abbiamo il diritto a non avere paura ecco vi rientrano sempre le logiche securitarie".

Ricchezza culturale e formativa quella offerta nell' aula magna della Lumsa di Palermo accolta con entusiasmo da tutti i partecipanti. Altresì rilevante e interessante l'intervento di Roberta Rizzuto, Ricercatrice di Diritto Processuale Penale, Università Lumsa: " Il procedimento indicato nell' art.321 bis
( la reintegra penale del possesso immobiliare)
ha qualcosa di buono ma bisogna scendere a fondo per coglierla. Altrettanto faccio riferimento al principio corroborato che prevede la restituzione del bene ai legittimi proprietari. Un'eredità denza dubbio di natura civilistica. La criticità non risiede nell'obiettivo perseguito il problema sta nel metodo. Il nostro legislatore ha agito mosso solo ed esclusivamente dal pressing mediatico sulla base di quello che è una emergenza sociale che è stata trasformata in emergenza abitativa ( influenzata anche da una trasmissione televisiva). Il legislatore interviene subito perchè deve dare un segnale alla collettività di sicurezza. Il legislatore, secondo me, ha perso di vista il piano di sicurezza dei diritti ed ha pretermesso i diritti costituenti occupanti sine titolo . Dico perché tra gli occupanti ci possono essere bambini e anziani . Forse sarebbe stato opportuno procedere con cautela prevedendo l'intervento necessario e un coinvolgimento dei servizi sociali. Inoltre, se noi leggiamo l' art 321 bis non c'è traccia di decreti applicativi. Dobbiamo essere noi interpreti a ricostruire l'applicazione di questo istituto. Parliamo di fumus commissi delicti, la giurisprudenza è tra le più nebulose. Sappiamo ciò che non è sufficiente ma non cosa è necessario.Lo adattiamo al nostro contesto e deve sussistere in base a elementi precisi un quadro che lo riconduce alla condotta del soggetto agente. Le principali criticità sono sulla procedura accelerata. Tutto ruota attorno alla polizia giudiziaria. Un ruolo totale assegnato alla polizia che si traduce in una discrezionalità operativa . Anche la polizia dovrebbe procedere alla realizzazione di accertamenti accurati e non sommari. Ritengo che un equilibrio in questa procedura accelerata sia individuato dalla delimitazione oggettiva dell' attuazione dello spazio applicativo.Unitamente al Decreto di Sicurezza del 2026 il Governo ha approvato l' art 2 secondo cui lo sfratto accelerato e quello ordinario avrebbero lo stesso spazio di applicazione. Io penso che è giunto il momento.di fare un salto etico. Bisogna ricollocare al centro la funzione cognitiva del procedimento penale non è una funzione di controllo sociale".
Le conclusioni sono state affidate a Antonio Pulvirenti, Ordinario di Diritto Processuale a penale Università della Lumsa:" L'idea è stato quello di proporre un momenti di riflessione agli studenti, ai dottoranti e alal cittadinanza su più temi che sono strettamente connnesse.Tutto parte dalla eccessiva spettacolarizzazione del processo che però è legata alla ricerca spasmodica dell'accellerazione del processo. La percezione collettiva dell'esigenza di avere subito un responsabile e rischia di andare a discapito poi della qualità dell'accertamento. Un tema delicato.L'obiettivo primario è stato quello di iinnescare nei giovani e negli studenti una sensibilizzazione verso alcune tematiche che si stanno perdendo. Andiamo incontro a un processo penale che è sempre meno cognitivo e più spettacolare. Oggi i palinsesti televisivi sono invasi di programmi. Per carità non critico il diritto di informare o a essere informati però il problema è chein questi talk show non si punta a riflettere sui veri temi della giurisdizione penale si punta ad altro ed è quello che oggi vogliamo evitare. Riservare delle ore di confronto per chi non ha voglia di sottostare a questa deriva mediatica che non fa bene a nessuno". Poi ha aggiunto offrendo possibili soluzioni nell'affrontare il tema: " Il problema è che questa semplificazione mediatica si riflette in quella che è la legislazione processualpenalistica. Forse potrebbe avere anche un'incidenza negativa anche sulla vicenda giudiziaria. Nelle percezione collettiva può accadere. In generale non possiamo escludere che la eccessiva spettacolarizzazione della giustizia possa avere degli effetti inconsci sul decidente. Ci siamo interrogati sulle cause del problema, sono tante, sono complementari. Però credo che una delle cause che accomuna tutti e tre i temi è quella del tempo. Mi riferisco alla percezione del tempo che è cambiata in tutti noi. Pretendiamo tempi rapidi e questo perché è cambiata la comunicazione che è diventata potente, pervasiva e immediata. Questo ha una grande incidenza sul processo. Potrei dire, che se è vero che il tempo è cambiato allora dobbiamo prendere atto che la nostra struttura del processo penale è divenuta anacronistica. Il nostro procedimento penale vuole che ci sia del tempo prima di decidere. Oggi c'è un' aspettativa sociale. Ad esempio il giudice del dibattimento è investito dagli articoli , da tutta la comunicaziona che ruota intorno a quel processo. quindi penso che possa non essere impermeabile su una situazione. Ritengo che davanti a tutto ciò dobbiamo avere un approccio costruttivo. Potremmo pensare al tema delle risorse e in qualche modo anchea quello dell' efficienza in chiave empirica. Valutare a determinati istituti ragionando anche sulla loro capacità empiricamente verificata di raggiungere l'obiettivo. Altra linea virtuosa potrebbe essere culturale, recuperare quella idea del processo come luogo del limite. In sintesi tutto questo dovrebbe portare a un salto etico auspicato, dove ognuno deve fare la propria parte. Dobbiamo recuperare il pensiero autonomo e dove posiamo cominciamo a cambiare canale ove riteniamo che in quella trasmissione non offra un adeguato momento di riflessione".
La lunga giornata è stata moderata da Giuseppe Di Chiara, Ordinario processuale penale di Unipa.

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