“Sciatu d’Amuri” il 3 luglio al Teatro Marcello Puglisi: cinema, teatro e formazione attoriale in scena a Palermo

 

Venerdì 3 luglio 2026, alle ore 21.15, il Teatro Marcello Puglisi di Palermo accoglierà “Sciatu d’Amuri – ovvero quel che resta di ieri”, spettacolo scritto e diretto da Chiara Torricelli, prodotto nell’ambito dei Corsi Regionali per Attori Job Service e Desiste. L’ingresso sarà riservato agli invitati dell’ente organizzatore.


Non si tratta di una semplice restituzione finale di un corso, ma di una serata costruita come un vero attraversamento dei linguaggi della scena: prima il cinema, poi il teatro. Due forme diverse, due grammatiche distinte, un unico punto di caduta: il lavoro dell’attore, inteso non come esposizione narcisistica, ma come disciplina del corpo, della voce, dello sguardo e della presenza.


Ad aprire la serata sarà la proiezione del cortometraggio “Il prezzo di un sogno”, realizzato dalla stessa produzione. La regia è di Teresa Messina; aiuto regia, operatore e direttore della fotografia è Riccardo D’Angelo; la sceneggiatura è firmata da Maurizio Alesi, da un soggetto di Alfredo Li Bassi. L’organizzazione è di Giuseppe Di Benedetto, la segreteria di edizione di Amedea Gammacurta, il make-up artist è Nadia Leonardi.


Il cortometraggio racconta la vicenda di Claudia, giovane aspirante attrice che si iscrive a un corso regionale inseguendo il proprio desiderio di cinema. Il sogno, alimentato dall’immaginario dei set, dei riflettori e delle grandi interpreti, si scontra con una realtà più brutale: un falso casting, un presunto agente, una richiesta di denaro e il tentativo di trasformare l’ambizione artistica in occasione di ricatto. La svolta arriva quando Claudia, sostenuta dal docente, comprende che il talento non può essere separato dalla dignità e trova il coraggio di denunciare.


Il tema richiama una linea importante del cinema italiano del Novecento. Il pensiero corre a “Bellissima” di Luchino Visconti, dove il sogno dello spettacolo viene osservato senza indulgenza, mostrando la zona grigia tra aspirazione, illusione e sfruttamento. Anche qui il cinema non è raccontato come una fabbrica innocente di promesse, ma come un territorio che richiede strumenti, lucidità e protezione.


Accanto alla linea drammatica, il corto introduce una componente di commedia attraverso la figura del signor Alfredo, personaggio severo, popolare, autoritario e contraddittorio. Il suo modo di presidiare corridoi, classi e iscrizioni richiama certi caratteri della commedia all’italiana: uomini comuni investiti di piccole forme di potere, insieme ridicoli e riconoscibili. È una figura che potrebbe muoversi, per tono e funzione, tra il bozzetto sociale di Pietro Germi e la commedia di costume di Dino Risi.


Dopo il cortometraggio, la serata entrerà nel vivo teatrale con “Sciatu d’Amuri – ovvero quel che resta di ieri”. Il titolo, in dialetto siciliano, richiama il respiro dell’amore: non l’amore addomesticato, non l’amore da frase fatta, ma quello che resta nei corpi quando le parole non sono state dette, quando un gesto è stato rimandato, quando un incontro non è stato vissuto fino in fondo.


La scena si apre in un teatro. Alcuni personaggi del presente arrivano senza sapere cosa li attenda. Cercano una regia, una direzione, un senso immediato. Trovano invece oggetti che appartengono a un altro tempo: fotografie, lettere, una macchina da scrivere, un telefono a rotella, un giradischi. Da questi elementi emergono presenze del passato, non come fantasmi decorativi, ma come ciò che non è stato risolto e torna a chiedere ascolto.


La trama si sviluppa come un confronto serrato tra presente e memoria. I personaggi contemporanei, inizialmente distratti, ironici, incapaci di fermarsi, vengono costretti a restare dentro uno spazio sospeso. Lì riaffiorano parole mancate, desideri rimandati, amori interrotti, scelte non compiute. Il teatro diventa così una camera di risonanza: non consola, non spiega tutto, non semplifica. Costringe a guardare.


Il testo racconta l’amore come forza drammatica, non come decorazione sentimentale. In questo senso si avvertono suggestioni shakespeariane: l’amore come conflitto tra desiderio e destino, tra parola e silenzio, tra ciò che si vorrebbe vivere e ciò che si perde per esitazione, orgoglio o paura. Shakespeare ha costruito interi mondi su questa materia instabile: l’amore che svela, travolge, espone, rende i personaggi finalmente visibili anche a se stessi.


Ma “Sciatu d’Amuri” dialoga anche con una visione moderna dell’attore. Peter Brook sosteneva che basta uno spazio vuoto, un attore che lo attraversa e qualcuno che guarda perché il teatro possa cominciare. Qui quella lezione torna con chiarezza: non servono sovrastrutture quando la presenza è vera. Il palcoscenico diventa il luogo in cui l’attore non deve “fare vedere” un’emozione, ma attraversarla con misura, ascolto e responsabilità.


Anche il riferimento a Stanislavskij appare pertinente: l’attore non lavora per esibire se stesso, ma per servire l’arte e dare vita a una verità scenica. È questa la linea più interessante del progetto: la recitazione come pratica di consapevolezza, non come posa. Essere attori significa saper abitare una pausa, un silenzio, una relazione; significa reggere il peso di una parola senza consumarla, restare credibili anche quando la scena chiede fragilità.


In questa prospettiva, “Sciatu d’Amuri” non è soltanto uno spettacolo sull’amore e sulla memoria. È anche un esercizio sul mestiere dell’attore. Gli interpreti sono chiamati a lavorare sulla presenza scenica, sul rapporto con gli oggetti, sulla coralità, sul ritmo, sulla qualità dell’ascolto. Il giradischi, la macchina da scrivere, il telefono, le fotografie non sono semplici elementi di scena: diventano dispositivi drammaturgici, strumenti attraverso cui il passato torna a parlare.


La musica ha un ruolo decisivo. Il fruscio del vinile, le canzoni, il tango e i richiami sonori costruiscono un ponte tra i tempi. Il suono non accompagna la scena: la modifica. In questo si può riconoscere una parentela con una certa idea di cinema italiano, da Fellini in poi, dove la musica non è commento, ma memoria, atmosfera, pensiero laterale, corpo invisibile dell’immagine.


Il valore della serata sta proprio in questa doppia direzione: il cortometraggio guarda alla realtà e ai suoi rischi; lo spettacolo teatrale entra nella memoria e nelle sue permanenze. Il primo racconta la necessità di difendere i sogni dalle truffe, dai ricatti, dai falsi miti. Il secondo racconta ciò che accade quando quei sogni, quegli amori, quelle parole e quelle scelte continuano a vivere dentro di noi anche quando pensiamo di averli superati.

Gli interpreti di “Sciatu d’Amuri” sono Tony Alvich, Cinzia Avaro, Emanuela Cannella, Rosario Cataldo, Sergio Cerasola, Aurora D’Agostino, Betty Di Giovanni, Roberto Fabbricatore, Amedea Gammacurta, Martina Giordano, Amanda La Barbera, Nadia Leonardi, Daniela Lo Cascio, Barbara Lo Fermo, Tiziana Namio, Giusy Portolano, Salvo Prestia, Sofia Randazzo, Claudia Scavone, Monica Scibona, Giuseppe Scozzari e Sabrina Zaccaria.

Aiuto regia: Martina Giordano e Amedea Gammacurta. Assistenti: Giuseppe Di Benedetto e Massimiliano Madonia. Lo spettacolo si avvale della collaborazione di tutti i ragazzi dei corsi. Un ringraziamento è rivolto a tutti i professori e, in modo particolare, a Vincenzo Romano e Michelangelo Virzì.

Venerdì sera, dunque, il Teatro Marcello Puglisi non ospiterà soltanto una prova conclusiva, ma un progetto che mette insieme formazione, cinema, teatro e responsabilità culturale. “Il prezzo di un sogno” e “Sciatu d’Amuri” parlano dello stesso percorso da due prospettive diverse: diventare attori non significa inseguire un riflettore, ma imparare a stare dentro la luce senza perdere se stessi.


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