di Marilena La Rosa
Una cattedrale che cresce sulla collina, un amore che deve restare nascosto, un’isola attraversata da lingue e fedeltà diverse. In L’isola millenaria Giovanna Corrao dispone questi elementi su un’unica scena: la Sicilia di Guglielmo II, dove la costruzione di Monreale e il destino di alcuni uomini e donne si intrecciano fino a diventare parti della stessa storia. Il romanzo non tratta il Medioevo come una cornice lontana; lo avvicina attraverso i corpi, le relazioni, i desideri e le convenienze che governano la vita quotidiana.
La vicenda prende avvio nel 1171, tra Palermo e Monreale. Al centro c’è Marilda, figlia di un fornaio, cresciuta fra la bottega del padre, la saggezza della nonna Yasmina e la familiarità con le donne arabe che abitano il territorio. Bella, intelligente e insofferente alle regole che vorrebbero ridurla al silenzio, Marilda porta con sé una storia familiare già attraversata da incontri culturali: la madre Fatima, di origine marocchina, si è convertita al cristianesimo per amore; la figlia, invece, conserva il legame con le pratiche, i racconti e le danze delle donne musulmane. L’arrivo del capitano normanno Ghismund d’Altavilla mette in moto una trama sentimentale che presto si rivela più complessa di un incontro fra due giovani. Marilda è attratta da Ghismund, ma il legame che la unisce al priore Gavino della Torre, uomo di Chiesa e figlio di una potente famiglia siciliana, apre un conflitto in cui il desiderio urta contro il potere, la vocazione e l’onore. Nessuno dei tre personaggi è soltanto una figura funzionale al triangolo amoroso: Ghismund, straniero arrivato dal Nord, è chiamato a misurarsi con una terra che dapprima lo disorienta e poi lo trasforma; Gavino lotta contro un ruolo che gli è stato assegnato e contro i sentimenti che non riesce a cancellare; Marilda cerca margini di scelta in una società che dispone del suo futuro in nome della famiglia e del bene comune. È qui che l’intreccio acquista spessore. Alla relazione privata si affianca la vicenda pubblica del regno: il giovane Guglielmo II, le tensioni della corte, le ambizioni dei baroni e l’ascesa di Monreale. La costruzione del Duomo non fa da semplice sfondo monumentale. Diventa una seconda trama, parallela a quella degli amanti, e il punto in cui le loro vite si avvicinano alla storia collettiva. Il sogno del re, il tesoro rinvenuto sotto un carrubo e l’avvio del cantiere legano la dimensione della fede a quella del potere: edificare significa lasciare un segno, ma anche stabilire alleanze, organizzare risorse e dare una forma visibile all’autorità. Corrao alterna così scene di intimità e passione a passaggi di carattere storico e politico. Il racconto si muove dal mercato e dal forno alla corte, dal chiostro ai cantieri, mentre sullo sfondo compaiono figure ed eventi legati alla storia del regno normanno. La traiettoria si allunga dal 1171 al 1194, quando un salto temporale riporta sulla scena Marilda e Gavino, ormai segnati dagli anni, e introduce Raniero, il figlio nato dal loro amore e cresciuto sotto un’altra paternità. La rivelazione conclusiva rilegge retrospettivamente il sacrificio di Gavino e illumina il costo delle decisioni imposte dalle gerarchie sociali e religiose. Il segreto non è un semplice colpo di scena: è la prova che, sotto le narrazioni ufficiali, sopravvivono storie private che il tempo non riesce a cancellare. L’ambientazione è una delle energie del libro. Palermo e Monreale vengono evocate attraverso odori, colori e suoni: la zagara e il gelsomino, l’aria salmastra che sale dal porto, le spezie del mercato, la polvere di marmo e di tufo, il brusio delle maestranze. La Sicilia non è descritta come paesaggio da contemplare a distanza, ma come luogo che agisce sui personaggi e ne modifica lo sguardo. Ghismund, in particolare, scopre di appartenere a un mondo diverso da quello da cui proviene proprio lasciandosi guidare dai sensi: la nuova terra lo attrae e lo mette alla prova, finché l’idea del ritorno alle battaglie lascia spazio al desiderio di una vita a Palermo. La convivenza fra culture è un altro asse decisivo. Le donne arabe, le famiglie normanne, i mercanti, gli artigiani e le maestranze giunte da altri territori condividono spazi di lavoro e di festa; le differenze si manifestano nella cucina, nelle musiche, nei saperi e nelle relazioni, non come tema astratto ma come esperienza quotidiana. Il romanzo affida a Marilda una funzione di raccordo: la sua genealogia mista e la sua frequentazione delle “figlie dell’Islam” rendono visibile una Sicilia in cui le identità si formano attraverso gli scambi. Questa inclusione non cancella i conflitti né le disuguaglianze: la libertà della protagonista resta limitata da decisioni familiari e politiche, e il suo desiderio deve confrontarsi con una società che assegna ruoli diversi a seconda del sesso, della nascita e dello stato religioso. Proprio la tensione fra apertura culturale e vincolo sociale impedisce alla convivenza di ridursi a un’immagine idealizzata. La lingua di Corrao accompagna il lettore con una prosa accessibile e fortemente visiva. Le descrizioni sensoriali danno consistenza ai luoghi; i dialoghi imprimono movimento alle scene e portano in superficie rivalità, attrazioni e calcoli. Nei passaggi amorosi il registro si fa più intenso e melodrammatico, con immagini e sentimenti volutamente esposti: una scelta che accentua il carattere appassionato del racconto e ne privilegia l’immediatezza emotiva. Quando invece la narrazione si sofferma sulla corte o sul cantiere, la parola assume una funzione esplicativa, orientando il lettore fra personaggi, incarichi e trasformazioni del territorio. L’isola millenaria affida infine alla pietra e alla memoria due compiti diversi. Il Duomo di Monreale custodisce la traccia duratura di una stagione politica e artistica; la vicenda di Marilda, Ghismund e Gavino restituisce la misura umana di quella stagione, fatta anche di rinunce, desideri e verità taciute. Il romanzo invita a guardare il monumento non soltanto come meraviglia architettonica, ma come esito di relazioni e scelte, e a riconoscere che ogni grande costruzione contiene le vite, spesso invisibili, di chi l’ha resa possibile.


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