Di Lilith conosciamo soprattutto ciò che altri hanno raccontato di lei. Nel corso dei secoli la sua figura è stata circondata da una quantità tale di interpretazioni, condanne, paure e fascinazioni da rendere spesso difficile distinguere il personaggio originario dalle immagini che la tradizione ha progressivamente depositato sul suo volto.Creatura ribelle, demone notturno, tentatrice, simbolo di libertà femminile, incarnazione dell’insubordinazione: ogni epoca ha costruito la propria Lilith, consegnandoci un personaggio che sembra vivere in una continua oscillazione tra storia del mito e storia dello sguardo che sul mito si posa.
Forse è proprio questa stratificazione di significati a rendere particolarmente interessante Indomita, il disegno con cui Giusi Torrisi torna a confrontarsi con una delle figure più controverse dell’immaginario occidentale, scegliendo tuttavia una strada che evita tanto la celebrazione ideologica quanto la riproposizione degli stereotipi sedimentati nel tempo e affidando invece al linguaggio del segno, del colore e della composizione il compito di restituire complessità a un personaggio che la cultura ha troppo spesso ridotto a simbolo.Osservando l’opera, ciò che colpisce non è tanto la presenza degli elementi iconografici che permettono di riconoscere Lilith, quanto il modo in cui essi vengono progressivamente assorbiti all’interno di una costruzione visiva di grande equilibrio. La mela, la corona, il rosso intenso del drappo, il verde profondo che accoglie la figura non si impongono come emblemi da decifrare, ma partecipano a un sistema di rimandi che trova il proprio centro nel volto e nello sguardo della protagonista. Quel volto nasce da una trama minutissima di punti che richiama le tecniche del dotwork contemporaneo e che rivela, a una visione ravvicinata, una pazienza esecutiva notevole. Non vi sono campiture pesanti né chiaroscuri ottenuti attraverso procedimenti tradizionali. La profondità dell’incarnato, le ombre che modellano il viso, la consistenza stessa della pelle emergono da un lavoro di addensamento e rarefazione del segno attraverso il quale la superficie della carta sembra acquistare progressivamente respiro e volume. Si tratta di una tecnica che richiede non soltanto precisione, ma anche una particolare sensibilità nel controllo delle densità e dei rapporti luministici, poiché basta una minima variazione nella distribuzione dei punti per alterare la percezione complessiva dell’immagine. Su questa architettura grafica, rigorosa e quasi ascetica, intervengono poi le velature cromatiche, che introducono nell’opera una dimensione emotiva particolarmente intensa. Il rosso del tessuto non possiede nulla di decorativo; sembra piuttosto alludere a una vitalità trattenuta, a un’energia che percorre l’intera composizione e che trova una sorta di contrappunto nell’oro ramificato della corona, uno degli elementi più riusciti dell’opera. La sua struttura irregolare, lontana dalla simmetria delle corone tradizionali, richiama contemporaneamente la forma delle spine, delle radici e delle ramificazioni arboree, generando un’immagine nella quale forza e ferita sembrano convivere senza contraddirsi. Viene quasi spontaneo pensare che Giusi Torrisi abbia voluto trasformare in elemento regale proprio ciò che per secoli è stato interpretato come segno di colpa o di trasgressione, poiché quei rami dorati sembrano raccontare una storia di resistenza più che di potere. Anche la mela, collocata in posizione laterale e sottratta a qualsiasi enfasi narrativa, contribuisce a questa operazione di riscrittura simbolica. Il frutto non diventa qui il segno del peccato, ma il richiamo discreto a una scelta, a un atto di consapevolezza, a quella tensione verso la conoscenza che attraversa gran parte delle figure femminili poste ai margini dei racconti ufficiali. Tuttavia, sarebbe riduttivo leggere Indomita esclusivamente come una rilettura contemporanea di Lilith, perché il disegno sembra parlare anche di altro. Parla del modo in cui le identità vengono costruite dagli sguardi altrui e del lungo lavoro necessario per sottrarsi alle definizioni imposte. Parla della distanza che separa una persona dalle narrazioni che la riguardano. Parla della possibilità di abitare la propria complessità senza accettare di essere ridotti a una formula. Per questa ragione lo sguardo della protagonista finisce per assumere un ruolo centrale. Non vi è sfida, non vi è provocazione, non vi è alcuna ricerca di complicità con l’osservatore. Vi è piuttosto quella forma di consapevolezza silenziosa che appartiene a chi non ha bisogno di essere legittimato da uno sguardo esterno per riconoscere il proprio valore. È probabilmente in questo punto che il titolo dell’opera rivela il suo significato più profondo. L’indomabilità, infatti, non coincide necessariamente con la ribellione manifesta, ma può assumere la forma più difficile e più rara di una fedeltà ostinata a se stessi. Ed è proprio questa fedeltà che Giusi Torrisi sembra aver affidato al volto della sua Lilith, restituendoci non l’immagine di una creatura mitologica, ma quella di una presenza capace ancora oggi di interrogare il nostro modo di guardare, di giudicare e di raccontare.
L’opera sarà esposta fino al 7 giugno presso l’Hotel I Faraglioni di Acitrezza nell’ambito di una mostra curata da Salvo Coglitori.





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