Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella ha ricordato la tragica uccisione Procuratore della Repubblica di Palermo , Pietro Scaglione e
dell’appuntato della Polizia Penitenziaria in servizio presso le Carceri Giudiziarie “Ucciardone” di Palermo Antonino Lorusso,avvenuta il 5 maggio 1971 in via dei Cipressi a Palermo. Entrambi Medaglie d'oro al Merito Civile.
“Magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacità professionali e di specchiate doti morali, inflessibile difensore della legalità, il dottor Scaglione - dichiara il Capo dello Stato- ha condotto delicate ed efficaci indagini sulle organizzazioni criminali operanti nel territorio siciliano. Il suo assassinio segnò l’avvio di una stagione di feroce attacco alle istituzioni da parte della criminalità organizzata, che, colpita con efficacia, intendeva dimostrare che Cosa nostra era pronta ad attaccare chiunque ostacolasse il suo cammino. Ricordare due autentici servitori della Repubblica significa ribadire la ferma adesione ai principi di giustizia e legalità che hanno testimoniato, e rinnovare la vicinanza ai loro familiari e a quanti ne custodiscono la memoria e ne proseguono l’esempio”.Il procuratore Pietro Scaglione, nativo di Lercara Friddi, entrò in magistratura giovanissimo, a soli 22 anni. Si occupò presto delle prime grandi inchieste sui "misteri" siciliani, sui poteri occulti e su Cosa Nostra: dai processi per la strage di Portella della Ginestra del 1947 alle indagini sull’uccisione del sindacalista Salvatore Carnevale nel 1955.Come Procuratore Capo dal 1962, Scaglione si trovò a gestire gli anni più caldi del “sacco di Palermo” e della prima guerra di mafia, culminata nella strage di Ciaculli del 1963. Senza esitazioni fu un accusatore implacabile di di Luciano Liggio e di tutti gli affiliati alla cosca mafiosa di Corleone, convinto che i mafiosi di maggior rilievo vadano snidati nelle pubbliche amministrazioni. Un impegno portato avanti anche dopo la sua morte. Le causali dell’omicidio del Procuratore Scaglione, nonostante il delitto sia rimasto impunito, furono sicuramente molteplici in una fase delicata della storia del Paese.
Un contesto difficile dove giungono preziose ai fini della contestualizzazione le parole dei giudici Giovanni Falcone(ucciso nella Strage di Capaci il 23 maggio del 1992’ ) e di Paolo Borsellino (anche lui ucciso 57 giorni dopo nella Strage di via D’Amelio). L’uccisione di Pietro Scaglione, Procuratore della Repubblica di Palermo - come affermò a sua volta Giovanni Falcone – aveva, comunque, “lo
scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino” (in Interventi e proposte, Sansoni, 1994, p. 310; e in La Posta in gioco, edizioni Bur, Rizzoli, 2011, p. 320).
Ed ancora, il magistrato Paolo Borsellino affermò (in La Sicilia, 2 febbraio 1987, p. 1 e in L’Ora, 2 febbraio 1987, p. 10) - la mafia condusse una campagna d’eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la
loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino calunniati. E in riferimento alla cosìdetta opera di “mascariamento” da molti operata anche a riguardo del procuratore Scaglione, il punto di svolta istituzionale arrivò nel 1991, quando il Consiglio Superiore della Magistratura lo riconobbe ufficialmente come “magistrato caduto vittima del dovere e della mafia”. Il decreto presidenziale del 2022 recita che Pietro Scaglione e Antonio Lo Russo sono stati “esempio di assoluta dedizione al servizio delle istituzioni”, sottolineando come la loro morte sia avvenuta in un contesto di “intransigente contrasto alla criminalità organizzata”. Questo atto formale ha cancellato decenni di zone d’ombra .
dell’appuntato della Polizia Penitenziaria in servizio presso le Carceri Giudiziarie “Ucciardone” di Palermo Antonino Lorusso,avvenuta il 5 maggio 1971 in via dei Cipressi a Palermo. Entrambi Medaglie d'oro al Merito Civile.
“Magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacità professionali e di specchiate doti morali, inflessibile difensore della legalità, il dottor Scaglione - dichiara il Capo dello Stato- ha condotto delicate ed efficaci indagini sulle organizzazioni criminali operanti nel territorio siciliano. Il suo assassinio segnò l’avvio di una stagione di feroce attacco alle istituzioni da parte della criminalità organizzata, che, colpita con efficacia, intendeva dimostrare che Cosa nostra era pronta ad attaccare chiunque ostacolasse il suo cammino. Ricordare due autentici servitori della Repubblica significa ribadire la ferma adesione ai principi di giustizia e legalità che hanno testimoniato, e rinnovare la vicinanza ai loro familiari e a quanti ne custodiscono la memoria e ne proseguono l’esempio”.Il procuratore Pietro Scaglione, nativo di Lercara Friddi, entrò in magistratura giovanissimo, a soli 22 anni. Si occupò presto delle prime grandi inchieste sui "misteri" siciliani, sui poteri occulti e su Cosa Nostra: dai processi per la strage di Portella della Ginestra del 1947 alle indagini sull’uccisione del sindacalista Salvatore Carnevale nel 1955.Come Procuratore Capo dal 1962, Scaglione si trovò a gestire gli anni più caldi del “sacco di Palermo” e della prima guerra di mafia, culminata nella strage di Ciaculli del 1963. Senza esitazioni fu un accusatore implacabile di di Luciano Liggio e di tutti gli affiliati alla cosca mafiosa di Corleone, convinto che i mafiosi di maggior rilievo vadano snidati nelle pubbliche amministrazioni. Un impegno portato avanti anche dopo la sua morte. Le causali dell’omicidio del Procuratore Scaglione, nonostante il delitto sia rimasto impunito, furono sicuramente molteplici in una fase delicata della storia del Paese.
Un contesto difficile dove giungono preziose ai fini della contestualizzazione le parole dei giudici Giovanni Falcone(ucciso nella Strage di Capaci il 23 maggio del 1992’ ) e di Paolo Borsellino (anche lui ucciso 57 giorni dopo nella Strage di via D’Amelio). L’uccisione di Pietro Scaglione, Procuratore della Repubblica di Palermo - come affermò a sua volta Giovanni Falcone – aveva, comunque, “lo
scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino” (in Interventi e proposte, Sansoni, 1994, p. 310; e in La Posta in gioco, edizioni Bur, Rizzoli, 2011, p. 320).
Ed ancora, il magistrato Paolo Borsellino affermò (in La Sicilia, 2 febbraio 1987, p. 1 e in L’Ora, 2 febbraio 1987, p. 10) - la mafia condusse una campagna d’eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la
loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino calunniati. E in riferimento alla cosìdetta opera di “mascariamento” da molti operata anche a riguardo del procuratore Scaglione, il punto di svolta istituzionale arrivò nel 1991, quando il Consiglio Superiore della Magistratura lo riconobbe ufficialmente come “magistrato caduto vittima del dovere e della mafia”. Il decreto presidenziale del 2022 recita che Pietro Scaglione e Antonio Lo Russo sono stati “esempio di assoluta dedizione al servizio delle istituzioni”, sottolineando come la loro morte sia avvenuta in un contesto di “intransigente contrasto alla criminalità organizzata”. Questo atto formale ha cancellato decenni di zone d’ombra .
Il Procuratore Scaglione un servitore dello Stato che è stato abilmente ricordato nel Convegno dal tema “Mafia e Antimafia tra passato e presente”, organizzato dal Centro Studi sulla Giustizia Pietro Scaglione, dalla Società siciliana per la Storia Patria, dal Movimento per la Giustizia Art. 3-ETS e dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (sezioni di Sicilia e di Palermo). Indirizzi di saluti ai presenti, tra questi le autorità civili e militari, dallo scrittore Salvatore Savoia (Segretario generale della Società Siciliana per la Storia Patria), dei magistrati Bernardo Petralia (Segretario del Movimento per la Giustizia-Articolo 3 e già capo del Dap) e Mario Conte (in rappresentanza dell’ANM di Palermo) con una intensa, dettagliata e preziosa dopo introduzione del prof. Antonio Scaglione (Presidente del Centro Studi sulla Giustizia Pietro Scaglione) e figlio del Procuratore. Tanti i relatori che hanno magistralmente tracciato la figura del magistrato e il suo impegno senza tralasciare l’attuale necessità di mantenere alto l’impegno dello Stato nella lotta a cosa nostra dotandosi di strumenti legislativi sempre più efficaci. E’ quanto auspicato da uno dei relatori, dall’attuale Presidente della Corte di Appello di Palermo, Antonio Balsamo: "Le mafie hanno cambiato l'operatività. E’ bene valutare sempre e continuamente il vasto arsenale di strumenti contro la criminalità organizzata. Il secondo argomento che desidero portare alla vostra attenzione, è quello che comunemente definiamo un 41 bis europeo. Ebbene occorre guardare questo strumento ad ampio raggio visto le potenzialità delle mafie oltre confine. E il terzo aspetto è la modernizzazione degli strumenti di ricerca della prova. Il mio parere ma direi auspicio è quello di riuscire a sviluppare di nuovo quel metodo nella fiducia della giustizia che passa attraverso i collaboratori di giustizia anche con riferimento alle mafie straniere. Dobbiamo ricostruire un nuovo concetto di mafia capace di incidere su specifici segmenti e settori della comunità. Dobbiamo investire sugli strumenti sociali per far capire che la legalità conviene". Altresì interessanti e dettagliate le relazioni del Prof. Francesco Callari ( Docente Unipa e Direttore del Centro Studi sulla Giustizia Pietro Scaglione) che si è soffermato su “La prova scientifica nei processi per i fatti di mafia” e quella del Prof. Antonio La Spina, già ordinario Luiss Guido Carli la cui relazione è stata incentrata sulla “Attualità e le prospettive della politica antimafia”.
Durante il convegno è intervenuto il giornalista e Vice Segretario vicario dell' Assostampa Sicilia, Roberto Leone che ha affermato : "Mai come in questi tempi magistratura e giornalismo hanno vissuto attacchi. Nella nostra costituzione la libertà à di stampa viene riconosciuta come fondamentale in democrazia. I giornalisti sono spesso divisi al loro interno ed è necessario fare autocritica e camminare compatti. I cronisti assassinati sono stati ben otto. Soltanto in questi ultimi mesi la carneficina legata alle guerre ha superato questo dato. Qui vogliamo approfondire la conoscenza di tre giornalisti. Mauro de Mauro (scomparso il 16 settembre 1970), Mario Francese (ucciso il 26 gennaio 1979) e Pippo Fava (il 5 gennaio 1984) sono tra gli esempi massimi giornalismo che questa professione ha sottoposto da sempre alla conoscenza dei giovani cronisti. Sono degli esempi. Nell'ultimo periodo per fortuna non contiamo più morti ma non per questo i cronisti non sono in pericolo. Ci sono colleghi che devono lavorare sotto scorta come Salvo Palazzolo, Giacomo Di Girolamo e Lirio Abate per citarne alcuni. Spesso ci si trova davanti anche alle querele temerarie. Certo anni diversi, ma la minaccia mafiosa verso coloro che svolgono o hanno svolo il proprio dovere non è mai cessata. Certamente per inquadrare quanto accaduto negli anni 70’ dobbiamo sempre ricorrere a una relazione di minoranza del 1976. Documento storico presentato da Pio La Torre e Cesare Terranova, fondamentale della Commissione Parlamentare Antimafia. Essa contestò la relazione di maggioranza, evidenziando il profondo legame tra mafia, politica e sistema di potere statale in Sicilia. E’ anche in questo clima in cui maturarono le uccisioni de Francese e Fava e del Procuratore Scaglione, un uomo integerrimo, impegnato nella ricerca della verità”.
Inoltre Scaglione si occupò anche della misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel settembre del 1970: l’intervento della Procura della Repubblica, diretta da Pietro Scaglione fu “attivissimo” come è stato accertato in sede giudiziaria e come dichiarò, anche, la moglie del giornalista scomparso nel periodico “La Domenica del Corriere” del 13/6/1972.
Anni complessi, abilmente inquadrati dai relatori del Convegno a cui hanno partecipato anche tanti giovani. Le conclusioni sono state affidate a Ottavio Terranova, Coordinatore ANPI Sicilia e Presidente ANPI Palermo.
Durante il convegno è intervenuto il giornalista e Vice Segretario vicario dell' Assostampa Sicilia, Roberto Leone che ha affermato : "Mai come in questi tempi magistratura e giornalismo hanno vissuto attacchi. Nella nostra costituzione la libertà à di stampa viene riconosciuta come fondamentale in democrazia. I giornalisti sono spesso divisi al loro interno ed è necessario fare autocritica e camminare compatti. I cronisti assassinati sono stati ben otto. Soltanto in questi ultimi mesi la carneficina legata alle guerre ha superato questo dato. Qui vogliamo approfondire la conoscenza di tre giornalisti. Mauro de Mauro (scomparso il 16 settembre 1970), Mario Francese (ucciso il 26 gennaio 1979) e Pippo Fava (il 5 gennaio 1984) sono tra gli esempi massimi giornalismo che questa professione ha sottoposto da sempre alla conoscenza dei giovani cronisti. Sono degli esempi. Nell'ultimo periodo per fortuna non contiamo più morti ma non per questo i cronisti non sono in pericolo. Ci sono colleghi che devono lavorare sotto scorta come Salvo Palazzolo, Giacomo Di Girolamo e Lirio Abate per citarne alcuni. Spesso ci si trova davanti anche alle querele temerarie. Certo anni diversi, ma la minaccia mafiosa verso coloro che svolgono o hanno svolo il proprio dovere non è mai cessata. Certamente per inquadrare quanto accaduto negli anni 70’ dobbiamo sempre ricorrere a una relazione di minoranza del 1976. Documento storico presentato da Pio La Torre e Cesare Terranova, fondamentale della Commissione Parlamentare Antimafia. Essa contestò la relazione di maggioranza, evidenziando il profondo legame tra mafia, politica e sistema di potere statale in Sicilia. E’ anche in questo clima in cui maturarono le uccisioni de Francese e Fava e del Procuratore Scaglione, un uomo integerrimo, impegnato nella ricerca della verità”.
Il magistrato avviò, anche, numerose inchieste a carico di politici e di pubblici amministratori, come risulta dagli atti giudiziari e dalla testimonianza del giornalista Mario Francese. Scrisse infatti il giornalista, “Pietro Scaglione fu convinto assertore che la mafia avesse origini politiche e che i mafiosi di maggiore rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro tra l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la linea Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculato o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici”. Il grave riacutizzarsi del fenomeno mafioso, negli anni 1969-1971 esauritisi gli effetti del dopo Ciaculli dopo la disastrosa conclusione dei maxi processi svoltisi a Catanzaro e a Bari, “aveva indotto Scaglione ad intensificare la sua opera di bonifica sociale” infatti, richieste di “misure di prevenzione e procedimenti contro pubblici amministratori ……hanno caratterizzato l’ultimo periodo di attività del Procuratore capo della Repubblica” (Il giudice degli anni più caldi, in il Giornale di Sicilia, 6
maggio 1971, p. 3).
maggio 1971, p. 3).
Inoltre Scaglione si occupò anche della misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel settembre del 1970: l’intervento della Procura della Repubblica, diretta da Pietro Scaglione fu “attivissimo” come è stato accertato in sede giudiziaria e come dichiarò, anche, la moglie del giornalista scomparso nel periodico “La Domenica del Corriere” del 13/6/1972.
Anni complessi, abilmente inquadrati dai relatori del Convegno a cui hanno partecipato anche tanti giovani. Le conclusioni sono state affidate a Ottavio Terranova, Coordinatore ANPI Sicilia e Presidente ANPI Palermo.




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