40 anni dal Maxiprocesso, il ricordo in aula bunker. Presentato il progetto virtuale del Museo Stazione 23 maggio e la digitalizzazione di 84 fascicoli, ponte tra il passato e futuro

di Ambra Drago
L' aula bunker del carcere Ucciardone torna a far rivivere dei momenti storici di quarant'anni fa. Il MuST23-Museo Stazione 23 maggio di Capaci ha presentato un progetto culturale volto a trasformare la memoria civile in un'esperienza immersiva e accessibile a tutti come racconta Dario Riccobono:"Abbiamo liberato la memoria della polvere degli archivi per restituirla alla collettività.Grazie all' intelligenza artificiale le migliaia di carte del Maxiprocesso smettono di essere carta immobile e diventano un dialogo aperto facilmente fruibile. Collegandosi al sito maxiprocesso must23.it sarà possibile consultare gratuitamente 84 documenti pari a 16.000 pagine del processo più importante a Cosa nostra". La "navicella", così era chiamata l' aula Bunker, venne costruita per permettere di celebrare il Maxiprocesso istruito dai giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Nel pool anche l'esperienza dei magistrati Guarnotta e Di Lello. Era il 10 febbraio 1986 e quel giorno i cittadini ma tutto il Paese prese coscienza che la mafia non godeva di impunità. Che i sacrifici degli uomini dello Stato  tra cui il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ( ucciso il 3 settembre 1982 di Pio La Torre ucciso il 30 aprile dello stesso anno e ancora del "padre del pool antimafia", Rocco Chinnici,fatto saltare in aria con un autobomba il 29 luglio 1983) non erano stati vani. Nei momenti storici da dover tenere a mente è sicuramente la nascita della fattispecie giuridica, ovvero del reato di associazione mafiosa, avvenuto pochi mesi dopo la morte del prefetto Dalla Chiesa e del segretario del partito comunista La Torre. Passaggi fondamentali riportati alla mente di coloro che hanno celebrato questa data, che è stata considerata lo spartiacque nel contrasto a Cosa nostra. Prima di allora i processi si celebravano a " gabbie vuote".
 Tanto impegno e tanto lavoro senza guardare l'orologio consapevoli che si partecipava a un momento storico come ci racconta Giovanni Paparcuri, poliziotto scampato alla strage di via Pipitone Federico, colui che si occupò di informatizzare il lavoro di preziosi magistarti come il giudice Falcone e per anni "cicerone" e memoria storica del "bunkerino" all'interno del Tribunale. Di poche parole, che non ama i riflettori Giovanni Paparcuri ci ha raccontato le sue sensazioni :"Noi come Ufficio istruzione in tutte le sue componenti, racconta Paparcuri, eravamo ansiosi nell'aspettare questo inizio. E' emizionante essere qui ma devo dire che le sensazioni ancora più forte le sento quando sono quisolo e porto anche i ragazzi. Era un momento importante quello che si sarebbe celebrato da li a poco. La città ne aveva capito l'importanza anche se non dobbiamo scordarci che ci furono anche dei detrattori che pensavano che questo Processo sarebbe stato un flop. Non è stato così'. Noi sapevamo che lavorando con quei magistrati stavamo facendo qualcosa di importante. All'epoca non c'erano straordinari, noi lavoravamo con profonda dedizione. Voglio ricordare che in quegli anni, anche durante la fase dell'istruttoria morirono polziotti, investigatori. E pensare a tutti loro qui è una grande emozione. Come voglio ricordare Enzo Mineo era il direttore dell'aula Bunker era un uomo di vecchio stampo, un grande lavoratore, collaborativo. Lui gestiva qui tutto. Trovò anche l'alloggio qui per Buscetta lo curò lui. Il Dott. Falcone si fidava di lui. Oggi a distanza di 40 anni è giusto ricordare il Maxiprocesso lo dobbiamo a coloro che sono caduti e ai tanti giovani che non lo hanno vissuto".

Un' esperienza come racconta il già caporedattore della sede Rai in Sicilia, Salvatore Cusimano straordinaria:"Immaginate l'emozione di noi cronisti.Siamonstati presi dal panico nonostante avessimo letto le carte.Poi l' adrenalina ti carica e noi sentivamo il peso nel senso della responsabilità di raccontarlo. Noi ci confrontavamo non era facile comprendere subito la sentenza. Avevamo le nostre fonti. E poi avevamo anche l' aiuto di Enzo mIneo direttore dell' Aula Bunker che ci ha lasciato anni fa. È stata una stagione incredibile dal punto di vista professionale" .
L' esperienza immersiva quella vissuta da tanti giovani presenti che consente di “entrare” nel Maxiprocesso, di comprenderne la portata storica e il valore collettivo.
Il desiderio dell' Addiopizzo Travel ha affermato la Presidente Francesca Vannini è quello che i giovani non leggano il Maxiprocesso ma che sentano e colgano il "coraggio che ha abitato " nell' aula Bunker.
Dopo il saluto iniziale del Presidente del Tribunale Morosini la giornata ha preso ufficialmente il via. Una clip fa rivivere le parole del dott. Ajala tra l' altro presenta alla mattinata. " Mi emoziona a 81 anni rivedere queste immagini di una parte della requisitoria che durò 8 giorni . Quando finii dopo una fase di relax, notavo che non riuscivo ad alzarmi della sedia. Un impegno mentale e fisico menomale che mi reggeva l'adrenalina. La mafia era destinataria di una grande sottovalutazione, pochi processi e i due processi uno Bari e a Catanzaro tutti finito con assoluzione per insufficienza di prove. Cosa nostra abbandona l' clandestinità e inizia ad aggredire lo Stato.Poi nel 1981 inizia la prima guerra di mafia con l' ascesa dei corleonesi. Noi avevamo gli uffici invasi da fascicoli processuali e per cui ogni singolo delitto veniva giudicato singolarmente. Da lì l'intuizione di Falcone, bisognava riunirli e trattarli unitariamente. Bisognava lavorarci in gruppo. Grazie a Buscetta e per carità anche di Contorno ci delinearono la mafia. Ma quando il difensore di Calò chiese il confronto con Buscetta capii che il processo stava cambiando passo. Finito quello ad uno uno tutti gli avvocati ritirarono i loro assistito dai vari confronti. Si capisce che uno Stato quando decide di esserci ci riesce.L'aula bunker venne costruita in sei mesi e fu un segnale visibile e poi c'è da dire che il Presidente Giordano e il giudice a latere Grasso fecero un lavoro straordinario. Sono ricordate 2665 anni di carcere complessivi e 19 ergastoli ma vanno tenute conto anche le assoluzioni segno che il diritto è stato rispettato".
Un protagonista di quegli anni fu quello del Presidente Giordano, il ricordo pervenuto attraverso unaettera del figlio l' avvocato Stefano Giordano. " Fu la vittoria della cultura e della giurisdizione dimostra che lo Stato può combattere attraverso l' arma fine del diritto, prove raccolte secondo la legge, il contraddittorio questa fu la lezione di quel Maxiprocesso . Mio padre presidente quel Processo con il metodo collegiale. Ci furono divergenze e momenti di tensione, il confronto fa riflettere meglio.Ogni prova fu discussa e ogni imputato ebbe modo di difendersi.In quegli anni sarebbe stato facile processare l.mafia con la rabbia nel cuore, ma mio padre scelse l' applicazione fredda, serena e rigorosa della legge. La giustizia è ragione applicata al caso concreto". Tra il passato e la tutela di quanto è stato fatto è tracciato da chi ha calcato l' aula bunker è stato proiettato " A futura memoria: i 40 anni del Maxiprocesso", un documentario dedicato, prodotto dalla TGR Sicilia e dalla Sede regionale Rai di Palermo che entrerà a far parte dell' esposizione permanente del Museo a Capaci. A presentarlo alla platea il vicedirettore Nazionale delle TGR Rai,Roberto Gueli che ha dichiarato:" In quel periodo avevo 17 anni e sono nato a pochi metri da qui,in via dei Cantieri e ho deciso subito da che parte stare.
"Oggi mi trovo qui e raccontare tra poco attraverso questo prodotto video è una grande emozione. Una parte più breve sarà da tutti e una parte più lunga andrà in onda sabato su Rai 3 . Un prodotto costruito grazie alle teche Rai e un ringraziamento va a tutti coloro che hanno lavorato".
La conclusione della giornata è stata affidata al Presidente di Corte D' Appello pro tempore Matteo Frasca che ha concluso:"Credo che il metodo Falcone Ra una filosofia di lavoro. Il metodo di Giovanni era quello di essere un visionario motivo per il quale molto. Spesso venne ostaggiato.

Un metodo di un lavoro di collegialità e di sinergia in cui tutti i protagonisti a qualunque livello avevano un solo obiettivo. Desidero ricordare il Presidente Giordano di cui fui allievo all' università e per cogliere il suo valore voglio leggere le sue parole:" era necessario farlo ed è stato fatto". Lui mise a disposizione la sua professionalità dopo che ci furono otto colleghi che rifiutarono di coprire quel ruolo. Questo processo venne celebrato sottoforma del processo inquisitorio e nessuno minò l'autonomia della decisione dei giudici e la prova provata fu quella che il Processo si concluse anche con le assoluzioni.I numeri furono impressionanti 475 imputati, 200 avvocati , oltre 8.500 pagine e si concluse in appena 22 mesi. Questo Processo ha rappresentato la svolta e non dobbiamo dimenticarlo mai.Infine voglio dire ciò che ci lascia ovvero il rispetto delle Istituzioni e la coerenza".

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