E mentre l’Aula certifica ogni giorno l’inesistenza della maggioranza, Schifani cosa fa? Rimette in piedi il vecchio sistema. Ripristina lo status quo. Riporta tutti al loro posto, come se nulla fosse accaduto. Oggi pomeriggio è stata revocata la sospensione di Maria Letizia Di Liberti ed è stata nuovamente affidata a lei la guida del dipartimento regionale della Famiglia e delle Politiche sociali, proprio quel dipartimento travolto da polemiche, sospetti e veleni politici. Una sospensione decisa dallo stesso Schifani lo scorso novembre dopo l’inchiesta che coinvolse uomini vicini a Totò Cuffaro e dirigenti regionali accusati, secondo la Procura, di avere gestito bandi e informazioni riservate in favore degli “amici degli amici”. Sei mesi fa Schifani si presentava come il paladino del rigore e della legalità: sospensioni, revoche, dichiarazioni solenni, assessori esautorati perché il quadro giudiziario veniva ritenuto incompatibile con il governo della Regione. Oggi invece accade l’esatto contrario.
L’assessora Nuccia Albano, politicamente riconducibile a Cuffaro, era stata di fatto commissariata e privata delle deleghe. Ora è tornata pienamente al suo posto. E non basta: proprio nel momento in cui Totò Cuffaro arriva a chiedere il patteggiamento, Schifani decide di riconfermare anche la dirigente sospesa. Delle due l’una: o Schifani è politicamente schizofrenico, oppure è ostaggio dei partiti che lo hanno eletto. Una terza ipotesi però appare sempre più evidente: non governa più nulla. Firma. Subisce. Ratifica. Ogni nomina sembra il prezzo da pagare per sopravvivere un altro giorno dentro una maggioranza che ormai lo ricatta politicamente a ogni voto d’Aula.
E allora la domanda è semplice: perché riportare Di Liberti proprio all’assessorato Famiglia? Proprio lì dove si sono concentrate le ombre più pesanti? Proprio lì dove, secondo quanto emerso pubblicamente negli ultimi mesi, si sarebbero consumati i rapporti opachi tra politica, dirigenti e gestione dei bandi?. Il PD lo chiede da mesi: chiarezza, trasparenza, verità politica prima ancora che giudiziaria. Ma da Palazzo d’Orléans non è arrivata una sola risposta. Solo silenzi. E restaurazioni. Schifani ormai governa come i monarchi decadenti: isolato, circondato da cortigiani, terrorizzato dall’idea che la sua stessa maggioranza possa staccargli la spina da un momento all’altro. E nel tentativo disperato di tenere insieme i cocci del centrodestra siciliano, continua a riesumare uomini, dirigenti e assetti che lui stesso aveva dichiarato incompatibili appena sei mesi fa. La Sicilia merita un governo, non una corte borbonica in decomposizione.

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