Le vetrine del Museo Riso diventano spazio espositivo per giovani artisti: prima installazione di Tindara Azzaro

Un “tramonto al contrario” che si pone come un anfitrione nei confronti dello spettatore. Che si ferma, osserva, si lascia trasportare in uno spazio senza tempo, un occhio aperto sulla strada che pare rimandare a qualcosa che si evolve all’interno, una struttura labirintica, una piega da va continuamente aperta e percorsa. È il primo intervento di Glass-room – arte in trasparenza, nuovo progetto proposto da CoopCulture a RISO, Museo d’arte moderna e contemporanea e all’Accademia di Belle Arti: la vetrina su strada si trasforma in uno spazio espositivo permanente e accessibile ventiquattr’ore su ventiquattro. Il front del RISO ha sempre ospitato interventi creativi – non ultimo “Tra cielo e terra” di Claire Fontaine - ma per la prima volta è oggetto di un progetto unitario a tappe di tre giovani artisti alle prese con materiali inusuali.
La prima a scendere in campo è così Maria Tindara Azzaro [Sant’Agata di Militello, 1999] che per la vetrina del RISO ha creato “Staffage” un mondo morbido fatto di pieghe, montagne immaginarie, stratificazioni modellate in polistirolo e rivestite di tessuti diversi che si dispongono in profondità, costruendo una scena che è insieme naturale e artificiale, reale e mentale. Influenzata da Gilles Deleuze la Azzaro si muove sulla soglia tra dentro e fuori, materia e percezione, costruendo un paesaggio da attraversare con lo sguardo prima ancora che con il corpo. La vetrina non mostra più oggetti – scrive Alessandro Pinto nell’introduzione al progetto - ma ne occulta la presenza: ciò che appare ha soltanto una parvenza di riconoscibilità formale che resta deliberatamente indeterminata. Al centro di “Staffage” - parola tedesca mutuata dal francese estaffage, “arredo”- un drappeggio trasparente sospeso come una pioggia o un banco di nebbia interrompe lo sguardo e lo rilancia verso altri rilievi sullo sfondo. La piega diventa struttura dello spazio e del tempo: increspa la superficie, modula la luce, trasforma il limite in accesso a una tridimensionalità interiore.
“La collaborazione tra RISO e Accademia agisce su più fronti: i ragazzi lavorano sulle vetrine che diventano un diaframma tra interno ed esterno, arte partecipata che entra nel nostro tempo e vive con noi” ha spiegato Evelina de Castro, direttore del RISO mentre il direttore dell’Accademia di Belle Arti, Umberto De Paola e il docente di Scultura Daniele Franzella, sottolineano come questo “sarà un test per i nostri ragazzi: la pratica poietica del fare è collegata allo sperimentare. Per la prima volta sono a contatto con quello che è realmente il sistema dell’arte”.
Dall’Accademia di Belle Arti, oltre a Maria Tindara Azzaro, lavoreranno a ruota anche Tony Lombardo (Palermo,2001) che immaginerà una fabbrica di metamorfosi tra pet shop e wunderkammer; e Aurora Amorelli (Caltanissetta, 2000) che userà invece la gommapiuma per ideare un luogo dell’ inconscio; cinquanta giorni a testa, un flusso continuo di opere che cambiano, si sostituiscono, si raccontano. CoopCulture sta curando, oltre alle installazioni, anche workshop con gli artisti, laboratori tematici e talk pubblici: ogni opera diventerà così occasione di incontro, formazione e dialogo.
Maria Tindara Azzaro – Staffage
Maria Tindara Azzaro trasforma la vetrina del RISO in una finestra su un mondo fatto di montagne immaginarie, pieghe e stratificazioni. Sagome montuose modellate in polistirolo e rivestite di tessuti diversi si dispongono in profondità, costruendo una scena che è insieme naturale e artificiale, reale e mentale. Al centro, un drappeggio trasparente sospeso come una pioggia o un banco di nebbia interrompe lo sguardo e lo rilancia verso altri rilievi retroilluminati sullo sfondo. La piega diventa struttura dello spazio e del tempo: increspa la superficie, modula la luce, trasforma il limite in accesso a una tridimensionalità interiore. Influenzata dal pensiero di Gilles Deleuze, la Azzaro si muove sulla soglia tra dentro e fuori, materia e percezione, costruendo un paesaggio da attraversare con lo sguardo prima ancora che con il corpo.
Maria Tindara Azzaro è nata nel 1999 a Sant’Agata di Militello, vive e lavora tra Caronia e Palermo. Ha conseguito il diploma accademico di secondo livello in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Dal 2023 al 2025 ha realizzato il Premio Genio Città di Palermo. Nel 2024 è stata tra gli artisti selezionati dal PNA - Premio nazionale delle Arti. Nel 2025 ha vinto il bando per la residenza d'artista del Verein Dusseldorf Palermo e. V. a Düsseldorf, e nella stessa città ha seguito l’Erasmus organizzato dall'Accademia di Belle Arti di Palermo. Tra le mostre: 2026 Generazione Sicilia: collezione Elenk’Art a cura di Alessandro Pinto e Sergio Troisi, per Gibellina Capitale dell’Arte Contemporanea 2026, MAC- Museo di Arte Contemporanea, Gibellina; 2025 Winter Ausstellung V Ed. curated by Verein Düsseldorf Palermo e V., Haus der kunst, Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo; 2025 Schrecklich/Schön- Patagonisch a cura di Michael Kortländer, Freibad, Düsseldorf; 2025 Residenzen-Palermo/Düsseldorf, Mostra di fine residenza con Inessa Emmer, a cura di Michael Kortländer, Verein Düsseldorf Palermo e V. Düsseldorf; 2024 Winterausstellung IV Ed. curated by Verein Düsseldorf Palermo e V., Haus der kunst, Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo; 2025 Con il sole al tramonto a cura di Carlo Corona, La Siringe, Palermo; 2024 Zone di libera inflessione - Mostra collettiva a cura di Carlo Corona + Osservatorio Futura, Torino; 2024 KLASSE 2 - Mostra collettiva a cura di Alessandro Bazan e Daniele Franzella- Verein Düsseldorf Palermo e V. Haus Der kunst, Cantieri culturali alla Zisa, Palermo.
PROSSIME RESIDENZE
Tony Lombardo
Nel suo intervento nella Glass-room, Tony Lombardo immagina la vetrina come un set, un market-officina, una piccola fabbrica di metamorfosi in cui ogni corpo, umano e animale, si rompe e si ricompone. Stand in ferro trattato espongono “merci” ibride – museruole, collari, protesi, targhette – sospese tra pet shop e Wunderkammer, tra cura e controllo. La scena rimanda agli animali che accompagnavano i soldati nei conflitti e ai mutilati di guerra riportati alla vita grazie alle protesi, evocando la Palermo dei primi del Novecento e una storia industriale e medica quasi dimenticata. Cavi intrecciati, pareti in legno forato, neon freddi e una patina monocroma costruiscono un ambiente che sembra un documento d’archivio e allo stesso tempo una visione distopica. Ne nasce una narrazione che incrina i confini tra naturale e artificiale, organico e sintetico, abbandono e addomesticamento.
Aurora Amorelli
Il suo materiale per scelta è la gommapiuma, organica, morbida, inclina a modellarsi: la ricerca di Aurora Amorelli si muove costantemente tra i poli di forma, materia e spazio, ogni sua creazione non è che la materializzazione di una visione interiore, un processo che nasce nella mente per trovare compimento in un corpo plastico, essenziale a se stesso e al contesto che lo ospita. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è concentrato sul concetto di dualità: la coesistenza di forze opposte che definiscono l’esperienza umana. Interpreta l’identità come il risultato di una stratificazione dinamica tra conscio e inconscio, due dimensioni inseparabili la cui interazione genera equilibrio anziché conflitto.

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