In occasione della manifestazione editoriale “La Via dei Librai” giunta ormai all’undicesimo anno, si è svolta la presentazione del libro “L’ostaggio”, edito Zolfo, del giornalista e scrittore Enrico Bellavia.
Il tema dell’intera manifestazione quest’anno è la “partecipazione”. Il desiderio di comprendere, capire e anche cercare di fornire spunti di riflessione sono stati gli ingredienti dell’ incontro che si è tenuto in piazza Bologni.
Enrico Bellavia, vicedirettore de L’Espresso e prima ancora con un’ampia esperienza nelle redazioni de La Repubblica di Palermo e Roma in questa sua pubblicazione racconta una “spy story” come lui stesso la definisce, dove al centro c’è Renato Cortese un investigatore di lungo corso, che, insieme alla sua squadra della “Catturandi” ha arrestato pericolosi latitanti. Fra tutti Bernardo Provenzano, introvabile da 43 anni e che negli anni, anche da Capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha assestato duri colpi alla Ndrangheta.
Su Cortese tutt’oggi pende una spada di Damocle che dura (tra fase investigativa e processuale, ancora in definizione dopo l’appello bis dello scorso 20 novembre 2025) da oltre dieci anni. Cortese, insieme ad altri cinque funzionari di Polizia è stato accusato del sequestro di Alma Shalabayeva moglie del latitante kazako Mukhtar Ablayazov. Quest’ultimo, ex banchiere, ricercato a livello internazionale, fuggito dopo un breve periodo in Inghilterra dove viene condannato per “oltraggio alla Corte” riguardo possedimenti inglesi non dichiarati. A questo punto l’Inghilterra avrebbe fatto partire la procedura amministrativa della revoca dello status di rifugiato costringendo ancora una volta Ablayazov a scappare in Francia, dove si troverebbe ancora in qualità di rifugiato politico.Questo è il quadro in cui si muove il marito della Shalabayeva, necessario - ha spiegato il giornalista - per cogliere la “caratura del personaggio”.
Bellavia ripercorre le tappe della vicenda che portano Cortese a essere coinvolto al centro di quello che ha il sapore di un intrigo internazionale. Cortese, all’epoca Capo della Squadra Mobile di Roma, dopo una “red notice” da parte dell’Interpool dal quale si delineava la pericolosità del ricercato, fece partire la notte del 28 maggio del 2013 l’irruzione in una villa di Casal Palocco dove si riteneva si trovasse l’uomo. Al blitz - sottolinea alla platea Bellavia -partecipano anche i poliziotti. Nell’irruzione i poliziotti non trovarono il latitante bensì la moglie, Alma Shalabayeva insieme alla figlia Alua. La donna avrebbe mostrato ai funzionari un passaporto della repubblica Centroafricana, con generalità false. Da li a poco - racconta Bellavia - la donna sarebbe stata portata al Centro di Identificazione e Espulsione di Ponte Galeria per il rimpatrio. Il tutto in un momento storico complesso.
“E’ il 2013 sottolinea Bellavia, in Italia c’è una bufera politica. In questo contesto tra prese di posizioni partitiche, interrogazioni parlamentari su questa vicenda che porteranno dopo alle dimissioni di Procaccini, Capo di Gabinetto dell’epoca del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, in una giostra di paradossi diplomatici-giudiziari prende il via questa vicenda che di fatto ha sconvolto la vita a un grande Servitore dello Stato. Stiamo parlando, di un uomo che è stato in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata che a seguito del rinvio a giudizio nell’ottobre del 2020 ha dovuto per “ragioni di opportunità” lasciare la Questura di Palermo e che ancora oggi si trova ostaggio di una vicenda che non si è ancora conclusa”.
Per completezza di informazione lo scrittore siciliano ha ricordato come il libro è stato pubblicato nel 2022, concludendosi all’epoca con l’assoluzione di Cortese e degli altri poliziotti coinvolti perché il “fatto non sussisteva”. Ma nel 2023 la Cassazione trova che il verdetto non sia stato motivato a dovere e ordina un nuovo processo a Firenze. Poi il lungo calvario giudiziario, che ha visto Cortese, di recente, nell’appello bis celebrato a Firenze definito con sentenza il 20 novembre 2025 condannato a quattro anni anziché cinque e interdizione a tempo dai pubblici uffici. Il tutto dopo che il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Firenze ne aveva chiesto l’assoluzione.
Alla luce di questi 13 anni, e di questo iter giudiziario che vede l’alternarsi di sentenze con esiti diversi in ogni grado di giudizio e che lo vedono attualmente condannato sorgono delle domande. Quale interesse o vantaggio avrebbe avuto Cortese dal rapimento della signora Shalabayeva . Ritengo che si tratti di un assunto indimostrato, che lui e gli altri fossero le pedine di una macchinazione ordita dall’Italia in combutta con il Kazakistan per pura soggiacenza al regime. E soprattutto per ordine di chi, dal momento che i mandanti «a livello istituzionale più alto» non sono mai stati cercati. Ecco di fronte a tutto ciò - conclude Bellavia - di fronte anche a decisioni tra loro contrastanti, la società civile è confusa di fronte al concetto di giustizia senza dimenticare un altro aspetto, come questa storia abbia inciso sulla vita di Cortese che senza questo rallentamento avrebbe potuto ambire anche a altre posizioni.
Credo sia una storia che merita di essere conosciuta in un Paese che ha la memoria labile e che metabolizza tutto in fretta”.
Una platea attenta di cittadini, dirigenti e funzionari della Polizia ha ascoltato attenta e interessata l’esposizione del vicedirettore de L’Espresso a cui ha fatto seguito l’intervento del professore di diritto penale che per anni ha formato operatori del diritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi, Giovanni Fiandaca.
“Del “caso Shalabayeva” e di quello che il Tribunale di Perugia aveva definito nelle motivazioni della sentenza “sequestro di persona di eccezionale gravità oppure “rapimento di Stato” di cui erano stati dichiarati responsabili dei dirigenti di Polizia e tra questi proprio Renato Cortese mi sono occupato fin dall’ottobre del 2021. Pubblicai anche un articolo in merito sul quotidiano nazionale “Il Foglio “ inserto”. Una riflessione quella del professore Fiandaca partita all’epoca da un messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Mattarella a un convegno dell’Anm e che ha voluto ancora una volta portare all’attenzione del pubblico.
“Il Presidente della Repubblica, ha raccontato Fiandaca alla platea, affermava che occorreva un profondo processo riformatore e nel contempo una rigenerazione etica e morale della magistratura. Aggiungendo: “L’indipendenza della magistratura è un elemento cardine della nostra società democratica e si fonda su un lato livello professionale, che va accompagnata dalla trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria. Ritenni e ritengo ha sottolineato Fiandaca, che queste parole debbano essere attenzionate, in particolare per il riferimento, meno consueto, all’esigenza che l’azione giudiziaria risulti “comprensibile” da parte dei cittadini. Io dissi anche quella volta che una pena “giusta” per un giusto processo era un obiettivo arduo da raggiungere. La commisurazione della pena risulta molto spesso oscura e poco comprensibile”.
Tuttavia partendo da questo assunto il professore Fiandaca ha intrattenuto la platea soffermandosi- su aspetti giuridici che sino adesso non avrebbero trovato un riscontro probatorio volto a determinare la condanna dei Dirigenti della Polizia. “Ricordo a me stesso, che il nostro sistema penale e in particolare quello procedurale ha alla base il presupposto che le prove devono essere “gravi, precise e concordanti. Secondo il mio punto di vista non sussiste a carico di Renato Cortese il reato di sequestro di persona, previsto dall’art. 605 del codice penale. Manca uno dei presupposti per la configurazione del reato il volere esercitare un potere, una potestà privata di privazione della libertà dell’altra persona. Mi chiedo: Cortese che interesse avrebbe avuto?. Ho avuto modo già in primo grado di sottolineare alcuni punti deboli emersi nelle 283 pagine della sentenza. Il tribunale di Perugia ebbe a ipotizzare, come ricordato da Enrico Bellavia, come fossero stati messi in atto disegni criminosi di portata internazionale con conseguente (presunto asservimento del governo italiano a quello del Kazakistan con complicità di alcuni funzionari e tra cui Cortese. Mi chiedo ma che vantaggio ne avrebbe avuto?.
I giudici parlavano in ambito giudiziale di “complotto”. Ritengo, come scrissi allora in quell’articolo del 25 ottobre 2021 che tutto questo avveniva senza minimamente riuscire ad ancorare le ipotesi complottistiche a concreti riscontri dotati precisa e univoca valenza probatoria. Questo è il mio punto di vista. E ribadisco questa storia è giusto conoscerla, riguarda un grande servitore dello Stato, molto stimato, anche perché come vedete offre diversi spunti di riflessione”.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista della Tgr Rai Sicilia, Tiziana Martorana che ha sottolineato come ci sia anche una mobilitazione civile, con una raccolta firme online, a sostegno di Renato Cortese che dal 2022 è cittadino onorario di Palermo.
“E’ il 2013 sottolinea Bellavia, in Italia c’è una bufera politica. In questo contesto tra prese di posizioni partitiche, interrogazioni parlamentari su questa vicenda che porteranno dopo alle dimissioni di Procaccini, Capo di Gabinetto dell’epoca del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, in una giostra di paradossi diplomatici-giudiziari prende il via questa vicenda che di fatto ha sconvolto la vita a un grande Servitore dello Stato. Stiamo parlando, di un uomo che è stato in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata che a seguito del rinvio a giudizio nell’ottobre del 2020 ha dovuto per “ragioni di opportunità” lasciare la Questura di Palermo e che ancora oggi si trova ostaggio di una vicenda che non si è ancora conclusa”.
Per completezza di informazione lo scrittore siciliano ha ricordato come il libro è stato pubblicato nel 2022, concludendosi all’epoca con l’assoluzione di Cortese e degli altri poliziotti coinvolti perché il “fatto non sussisteva”. Ma nel 2023 la Cassazione trova che il verdetto non sia stato motivato a dovere e ordina un nuovo processo a Firenze. Poi il lungo calvario giudiziario, che ha visto Cortese, di recente, nell’appello bis celebrato a Firenze definito con sentenza il 20 novembre 2025 condannato a quattro anni anziché cinque e interdizione a tempo dai pubblici uffici. Il tutto dopo che il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Firenze ne aveva chiesto l’assoluzione.
Alla luce di questi 13 anni, e di questo iter giudiziario che vede l’alternarsi di sentenze con esiti diversi in ogni grado di giudizio e che lo vedono attualmente condannato sorgono delle domande. Quale interesse o vantaggio avrebbe avuto Cortese dal rapimento della signora Shalabayeva . Ritengo che si tratti di un assunto indimostrato, che lui e gli altri fossero le pedine di una macchinazione ordita dall’Italia in combutta con il Kazakistan per pura soggiacenza al regime. E soprattutto per ordine di chi, dal momento che i mandanti «a livello istituzionale più alto» non sono mai stati cercati. Ecco di fronte a tutto ciò - conclude Bellavia - di fronte anche a decisioni tra loro contrastanti, la società civile è confusa di fronte al concetto di giustizia senza dimenticare un altro aspetto, come questa storia abbia inciso sulla vita di Cortese che senza questo rallentamento avrebbe potuto ambire anche a altre posizioni.
Credo sia una storia che merita di essere conosciuta in un Paese che ha la memoria labile e che metabolizza tutto in fretta”.
Una platea attenta di cittadini, dirigenti e funzionari della Polizia ha ascoltato attenta e interessata l’esposizione del vicedirettore de L’Espresso a cui ha fatto seguito l’intervento del professore di diritto penale che per anni ha formato operatori del diritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi, Giovanni Fiandaca.
“Del “caso Shalabayeva” e di quello che il Tribunale di Perugia aveva definito nelle motivazioni della sentenza “sequestro di persona di eccezionale gravità oppure “rapimento di Stato” di cui erano stati dichiarati responsabili dei dirigenti di Polizia e tra questi proprio Renato Cortese mi sono occupato fin dall’ottobre del 2021. Pubblicai anche un articolo in merito sul quotidiano nazionale “Il Foglio “ inserto”. Una riflessione quella del professore Fiandaca partita all’epoca da un messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Mattarella a un convegno dell’Anm e che ha voluto ancora una volta portare all’attenzione del pubblico.
“Il Presidente della Repubblica, ha raccontato Fiandaca alla platea, affermava che occorreva un profondo processo riformatore e nel contempo una rigenerazione etica e morale della magistratura. Aggiungendo: “L’indipendenza della magistratura è un elemento cardine della nostra società democratica e si fonda su un lato livello professionale, che va accompagnata dalla trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria. Ritenni e ritengo ha sottolineato Fiandaca, che queste parole debbano essere attenzionate, in particolare per il riferimento, meno consueto, all’esigenza che l’azione giudiziaria risulti “comprensibile” da parte dei cittadini. Io dissi anche quella volta che una pena “giusta” per un giusto processo era un obiettivo arduo da raggiungere. La commisurazione della pena risulta molto spesso oscura e poco comprensibile”.
Tuttavia partendo da questo assunto il professore Fiandaca ha intrattenuto la platea soffermandosi- su aspetti giuridici che sino adesso non avrebbero trovato un riscontro probatorio volto a determinare la condanna dei Dirigenti della Polizia. “Ricordo a me stesso, che il nostro sistema penale e in particolare quello procedurale ha alla base il presupposto che le prove devono essere “gravi, precise e concordanti. Secondo il mio punto di vista non sussiste a carico di Renato Cortese il reato di sequestro di persona, previsto dall’art. 605 del codice penale. Manca uno dei presupposti per la configurazione del reato il volere esercitare un potere, una potestà privata di privazione della libertà dell’altra persona. Mi chiedo: Cortese che interesse avrebbe avuto?. Ho avuto modo già in primo grado di sottolineare alcuni punti deboli emersi nelle 283 pagine della sentenza. Il tribunale di Perugia ebbe a ipotizzare, come ricordato da Enrico Bellavia, come fossero stati messi in atto disegni criminosi di portata internazionale con conseguente (presunto asservimento del governo italiano a quello del Kazakistan con complicità di alcuni funzionari e tra cui Cortese. Mi chiedo ma che vantaggio ne avrebbe avuto?.
I giudici parlavano in ambito giudiziale di “complotto”. Ritengo, come scrissi allora in quell’articolo del 25 ottobre 2021 che tutto questo avveniva senza minimamente riuscire ad ancorare le ipotesi complottistiche a concreti riscontri dotati precisa e univoca valenza probatoria. Questo è il mio punto di vista. E ribadisco questa storia è giusto conoscerla, riguarda un grande servitore dello Stato, molto stimato, anche perché come vedete offre diversi spunti di riflessione”.
L’incontro è stato moderato dalla giornalista della Tgr Rai Sicilia, Tiziana Martorana che ha sottolineato come ci sia anche una mobilitazione civile, con una raccolta firme online, a sostegno di Renato Cortese che dal 2022 è cittadino onorario di Palermo.


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