Una sala Mattarella, di Palazzo dei Normanni, gremita nonostante le alte temperature quella in cui si è svolta la presentazione del libro " L'ostaggio da cacciatore a preda" edito Zolfo e scritto dal giornalista e vice direttore de L'Espresso Enrico Bellavia. Un evento curato dalla giornalista Roberta Giuffrè insieme all'onorevole Mario Giambona, vicepresidente del Partito Democratico all'Ars, che ha fatto gli onori di casa e moderato dal giornalista, esperto di cronaca giudiziaria, di LiveSicilia Riccardo Lo Verso.
"Quando mi è stato proposto di organizzare ne sono stato contento esordisce l'Onorevole Mario Giambona . Penso che essere qui non è un caso, io ogni mattina vedo la collina di Capaci e da quel 23 maggio dopo la Strage nacque in tutti noi una voglia di riscatto. E non posso non pensare a Renato Cortese grande a servitore dello Stato che ha catturato pericolosi latitanti tra cui Brusca, colui che pressò il bottone del telecomando 34 anni fa.
Oggi ci troviamo qui a riflettere su una vicenda che vede coinvolto Cortese e dobbiamo riconsiderare quanto gli sta accadendo. Dopo un saluto iniziale dal padrone di casa è entrata nel vivo la presentazione del libro che ripercorre una spy story dove Cortese, oggi Direttore Centrale delle Specialità della Polizia di Stato è rimasto coinvolto. Come può accadere un percorso irragionevole chiede Riccardo Lo Verso al collega e scrittore Bellavia."Questo libro esce nel 2022 come un atto di ricostruzione e di memoria per questo Paese. Pensavo fosse necessario rappresentare che cose di questo genere, come processare Cortese, non dovessero più accadere e invece ci ritroviamo qui a raccontarci che è stata inflitta una condanna a 4 anni per sequestro di persona. Una condanna che deve andare al vaglio della Cassazione. Oggi c'è una petizione per una vicenda che non può passare sotto silenzio. I gradi di giudizio sono una garanzia ma la contraddizione su fatti analoghi valutati su piani diametralmente opposti produce sconcerto . Si è arrivato a ciò per uno strano allineamento di pianeti sulla testa di Renato Cortese che di fatto dura da tredici anni. Quando accade il fatto ( siamo nel maggio del 2013) è il momento del governo delle larghe intese e succede che una nota Interpol chiede di trovare un latitante kazako, Mukhtar Ablyazov, che ha svuotato le casse del suo Paese . Il latitante si dovrebbe trovare in una villa di Casalpalocco a Roma. La Squadra Mobile guidata all'epoca da Renato Cortese, insieme alla Digos organizzano l' irruzione.
L'uomo è già fuggito. Gli operatori di polizia intervenuti trovano invece una donna Alma Shalabajeva e la figlia. La donna dice di chiamarsi Alma Ajan e produce un passaporto che si scoprirà essere falso. Non c'è un titolo per farla rimanere in Italia, i kazaky nel frattempo hanno fatto sapere che quella cittadina deve essere rimandata nel Paese di origine. Dopo un periodo di trattenimento al Cpr di Ponte Galera viene rimpatriata su un volo insieme alla figlia Alua all' epoca di sei anni. L' avvocato, ingaggiato dalla figlia maggiore della donna, che vive in Svizzera, fa sapere che è stata deportata in Kazakistan una cittadina che rischia la vita e che è la moglie del dissidente Äblyazov. È chiaro che si innesca un meccanismo nel quale si inserisce il ministero dell' Interno all' epoca retto da Angelino Alfano. Dopo la descrizione della biografia di questo kazako in cui figurerebbero altresi' appropriazioni indebite del suo Stato e il coinvolgimento anche in omicidi. Notizie che Bellavia ha potuto reperire facilmente
frugando con attenzione quelle che il magistrato chiama le "fonti aperte" .
E aggiunge: "Questa vicenda è la mistificazione che un latitante viene tacciato come dissidente. Senza dubbio è un latitante ricercato da tantissimi Paesi". Dopo questa precisa descrizione da parte dell'autore che inquadra la cornice entro cui si delineano i fatti storici, politici e anche processuali, interviene il moderatore, il giornalista Lo Verso la domanda netta è: " I magistrati hanno scritto che volontariamente i poliziotti avrebbero sequestrato questa donna ma dov'è il dolo?"
Si questo aspetto è intervenuto uno dei relatori, il professore emerito di diritto penale Giovanni Fiandaca:" Ho scritto un primo articolo sulla vicenda nel quotidiano "Il Foglio" , ben 5 anni fa . In quell'occasione richiamai le parole pronunciate dal Presidente Mattarella in una sua partecipazione al Convegno nazionale dei magistrati. Tra i concerti chiave che emersero vi furono quelli legati alla cosiddetta de" comprensibilità dell' azione giudiziaria". Ebbene le decisioni dovrebbero essere comprensibili non solo da parte di noi studiosi ma anche dai cittadini.
Parlano nella sentenza di primo grado di " rapimento di Stato". Ritengo che si possa avere subto un' influenza e via sia stata una pregiudiziale rispetto a un certo andamento di dramattizaizone mediatica che si era verificato. Ammesso e non concesso che nella procedura di rimpatrio della donna e della figlia, che è di natura amministrativa, e aggiungo ammesso e vi sia stata una violazione formale dell'iter , da questo a ipotizzare un sequestro di persona c'è di mezzo il mare. Il sequestro di persona delineato dall' art. 605 del c.p. ha un orizzonte di significato caratterizzato dal fatto che l'autore del reato sottrae la libertà personale per sottoporlo a un proprio potere o dominio. Non mi sembra che Renato Cortese e gli altri poliziotti all'epoca sottoposero la Shalabajeva a una loro prevaricazione. Se la privazione della libertà personale avviene nell' esercizio della propria funzione di pubblico ufficiale non si risponde di sequestro.
Inoltre il professore ha sottolineato alla platea come non sia stato spiegato in tutti questi anni il movente dell'eventuale concorso di Cortese con gli altri funzionari nel reato.
Movente che porta nella prassi alla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato ovvero la sussistenza di un dolo che non è emerso. Potrebbero aver agito tutti insieme ma ognuno ha tenuto la sua condotta nello svolgimento della sua professione. Ritengo che non sia stato provato il concorso basandosi solo sull' assunto che i funzionari fossero tutti insieme. E poi Cortese in quel momento Capo della Mobile non era tenuto a conoscere la disciplina del rimpatrio . Ma poi quale sarebbe stata la contropartita di questo atteggiamento di soggezione dei funzionari e di Cortese al governo kazako così come ipotizzato dall' accusa. Mancano a mio parere diversi elementi che possano fare configurare il sequestro".
Un intervento puntuale anche quello svolto dall' avvocato Vincenzo Zummo, Presidente delle Camere penali di Palermo. " Ritengo che oltre al dolo manchi la condotta per poter configurare il reato di sequestro. È vero Cortese venne chiamato a incontrare i diplomatici kazaki, fatto dovuto alla mancanza di ricevimento di questi da parte dell'allora Questore di Roma Della Rocca. A quel punto Cortese dopo averli incontrati e dopo che si paventa la presenza di un pericoloso latitante a Roma si attiva e fa i controlli.
Due irruzioni il 28 maggio e il 30 maggio vanno a vuoto.Quest'ultina quando già la moglie e la figlia era al Cpr. Bisogna evidenziare, a mio parere come non si sia trattata di un irruzione violenta, che i poliziotti hanno interloquito con la donna che che questa mostrerà un passaporto della Repubblica Centroafricana rivelatosi falso così come accertato dal magistrato Eugenio Albamonte e dall'ex Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone. La procedura di espulsione avallata poi dal giudice( assolto) era quindi regolare. Fattori da tenere a mio avviso in considerazione. Poi c'è un altro fatto, continua l'avvocato Zummo, ovvero l'inganno della Shalabajeva. La donna, alla richiesta dei documenti decide volontatiamente di mostrare un passaporto della Repubblica Centrafricana privo di visto per rimanere in Italia. Non consegnerà mai i veri documenti che confermerebbero l'identità reale. Nel passaporto emergerebbe
il legame con la figlia minore Alua Äblyazov e questo avrebbe messo in pericolo proprio il marito. Avrebbe reso palese che quella era la villa dove viveva latitante. La donna avrebbe dovuto dire due semplici parole "Sono un dissidente politico e chiedo asilo in Italia" nei tre giorni della vicenda non l'ha mai fatto e di fronte a un documento falso si è messa in moto la regolare procedura di espulsione . Ritengo e concludo che se applicassimo all'intera vicenda il formalismo giuridico questo reato di sequestro per tutti gli elementi paventati non è configurabile. Noi avvocati siamo ottimisti e auspico che la Cassazione, in ossequio al principio che la legge è uguale per tutti si renda conto che il fatto non sussiste e che Cortese venga assolto. Dobbiamo avere fiducia".
Un ultima domanda si è posto a Enrico Bellavia ovvero se possa avere più peso nella decisione in positivo per Renato Cortese il fatto che un certo tessuto sociale si è mosso oppure l'ingresso di una sorta di "corporativismo" da parte della magistratura. " Noi attendiamo con fiducia".
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L'uomo è già fuggito. Gli operatori di polizia intervenuti trovano invece una donna Alma Shalabajeva e la figlia. La donna dice di chiamarsi Alma Ajan e produce un passaporto che si scoprirà essere falso. Non c'è un titolo per farla rimanere in Italia, i kazaky nel frattempo hanno fatto sapere che quella cittadina deve essere rimandata nel Paese di origine. Dopo un periodo di trattenimento al Cpr di Ponte Galera viene rimpatriata su un volo insieme alla figlia Alua all' epoca di sei anni. L' avvocato, ingaggiato dalla figlia maggiore della donna, che vive in Svizzera, fa sapere che è stata deportata in Kazakistan una cittadina che rischia la vita e che è la moglie del dissidente Äblyazov. È chiaro che si innesca un meccanismo nel quale si inserisce il ministero dell' Interno all' epoca retto da Angelino Alfano. Dopo la descrizione della biografia di questo kazako in cui figurerebbero altresi' appropriazioni indebite del suo Stato e il coinvolgimento anche in omicidi. Notizie che Bellavia ha potuto reperire facilmente
frugando con attenzione quelle che il magistrato chiama le "fonti aperte" .
E aggiunge: "Questa vicenda è la mistificazione che un latitante viene tacciato come dissidente. Senza dubbio è un latitante ricercato da tantissimi Paesi". Dopo questa precisa descrizione da parte dell'autore che inquadra la cornice entro cui si delineano i fatti storici, politici e anche processuali, interviene il moderatore, il giornalista Lo Verso la domanda netta è: " I magistrati hanno scritto che volontariamente i poliziotti avrebbero sequestrato questa donna ma dov'è il dolo?"
Si questo aspetto è intervenuto uno dei relatori, il professore emerito di diritto penale Giovanni Fiandaca:" Ho scritto un primo articolo sulla vicenda nel quotidiano "Il Foglio" , ben 5 anni fa . In quell'occasione richiamai le parole pronunciate dal Presidente Mattarella in una sua partecipazione al Convegno nazionale dei magistrati. Tra i concerti chiave che emersero vi furono quelli legati alla cosiddetta de" comprensibilità dell' azione giudiziaria". Ebbene le decisioni dovrebbero essere comprensibili non solo da parte di noi studiosi ma anche dai cittadini.
Parlano nella sentenza di primo grado di " rapimento di Stato". Ritengo che si possa avere subto un' influenza e via sia stata una pregiudiziale rispetto a un certo andamento di dramattizaizone mediatica che si era verificato. Ammesso e non concesso che nella procedura di rimpatrio della donna e della figlia, che è di natura amministrativa, e aggiungo ammesso e vi sia stata una violazione formale dell'iter , da questo a ipotizzare un sequestro di persona c'è di mezzo il mare. Il sequestro di persona delineato dall' art. 605 del c.p. ha un orizzonte di significato caratterizzato dal fatto che l'autore del reato sottrae la libertà personale per sottoporlo a un proprio potere o dominio. Non mi sembra che Renato Cortese e gli altri poliziotti all'epoca sottoposero la Shalabajeva a una loro prevaricazione. Se la privazione della libertà personale avviene nell' esercizio della propria funzione di pubblico ufficiale non si risponde di sequestro.
Inoltre il professore ha sottolineato alla platea come non sia stato spiegato in tutti questi anni il movente dell'eventuale concorso di Cortese con gli altri funzionari nel reato.
Movente che porta nella prassi alla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato ovvero la sussistenza di un dolo che non è emerso. Potrebbero aver agito tutti insieme ma ognuno ha tenuto la sua condotta nello svolgimento della sua professione. Ritengo che non sia stato provato il concorso basandosi solo sull' assunto che i funzionari fossero tutti insieme. E poi Cortese in quel momento Capo della Mobile non era tenuto a conoscere la disciplina del rimpatrio . Ma poi quale sarebbe stata la contropartita di questo atteggiamento di soggezione dei funzionari e di Cortese al governo kazako così come ipotizzato dall' accusa. Mancano a mio parere diversi elementi che possano fare configurare il sequestro".
Un intervento puntuale anche quello svolto dall' avvocato Vincenzo Zummo, Presidente delle Camere penali di Palermo. " Ritengo che oltre al dolo manchi la condotta per poter configurare il reato di sequestro. È vero Cortese venne chiamato a incontrare i diplomatici kazaki, fatto dovuto alla mancanza di ricevimento di questi da parte dell'allora Questore di Roma Della Rocca. A quel punto Cortese dopo averli incontrati e dopo che si paventa la presenza di un pericoloso latitante a Roma si attiva e fa i controlli.
Due irruzioni il 28 maggio e il 30 maggio vanno a vuoto.Quest'ultina quando già la moglie e la figlia era al Cpr. Bisogna evidenziare, a mio parere come non si sia trattata di un irruzione violenta, che i poliziotti hanno interloquito con la donna che che questa mostrerà un passaporto della Repubblica Centroafricana rivelatosi falso così come accertato dal magistrato Eugenio Albamonte e dall'ex Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone. La procedura di espulsione avallata poi dal giudice( assolto) era quindi regolare. Fattori da tenere a mio avviso in considerazione. Poi c'è un altro fatto, continua l'avvocato Zummo, ovvero l'inganno della Shalabajeva. La donna, alla richiesta dei documenti decide volontatiamente di mostrare un passaporto della Repubblica Centrafricana privo di visto per rimanere in Italia. Non consegnerà mai i veri documenti che confermerebbero l'identità reale. Nel passaporto emergerebbe
il legame con la figlia minore Alua Äblyazov e questo avrebbe messo in pericolo proprio il marito. Avrebbe reso palese che quella era la villa dove viveva latitante. La donna avrebbe dovuto dire due semplici parole "Sono un dissidente politico e chiedo asilo in Italia" nei tre giorni della vicenda non l'ha mai fatto e di fronte a un documento falso si è messa in moto la regolare procedura di espulsione . Ritengo e concludo che se applicassimo all'intera vicenda il formalismo giuridico questo reato di sequestro per tutti gli elementi paventati non è configurabile. Noi avvocati siamo ottimisti e auspico che la Cassazione, in ossequio al principio che la legge è uguale per tutti si renda conto che il fatto non sussiste e che Cortese venga assolto. Dobbiamo avere fiducia".
Un ultima domanda si è posto a Enrico Bellavia ovvero se possa avere più peso nella decisione in positivo per Renato Cortese il fatto che un certo tessuto sociale si è mosso oppure l'ingresso di una sorta di "corporativismo" da parte della magistratura. " Noi attendiamo con fiducia".
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